Carissimo amico,
ho ricevuto la tua lettera del 13; non ho invece ancora ricevuto i libri che mi annunzi. Ti ringrazio molto cordialmente dell’offerta che mi hai fatto; ho già scritto alla Libreria Sperling e ho fatto una commissione abbastanza vistosa, sicuro di non essere indiscreto, perché conosco tutta la
tua gentilezza. Siamo ad Ustica in 30 confinati politici: abbiamo già iniziato tutta una serie di corsi, elementari e di cultura generale, per i diversi gruppi di confinati; inizieremo anche delle serie di
conferenze. Bordiga dirige la sezione scientifica, io la sezione storico-letteraria; ecco la ragione per cui ho commissionato determinati libri. Speriamo cosí di trascorrere il tempo senza abbrutirci e giovando agli altri amici, che rappresentano tutta la gamma dei partiti e della preparazione culturale. Con me c’è Schiavello e Fiorio di Milano; di massimalisti c’è anche l’ex-deputato Conca di Milano. Di unitari c’è l’avv. Sbaraglini di Perugia e un magnifico tipo di contadino molinellese. Un repubblicano di Massa e 6 anarchici di composizione morale complessa; il resto comunisti, cioè la grande maggioranza. Ci sono 3 o 4 analfabeti o quasi; il resto ha una preparazione diversa, ma con media generale molto bassa. Tutti però sono contenti di avere la scuola, che è frequentata con grande assiduità e diligenza.
La situazione finanziaria è ancora buona: ci danno, a noi confinati politici, 10 lire al giorno; la mazzetta dei coatti comuni a Ustica è di 4 lire al giorno, nelle altre isole talvolta è anche minore, se esistono possibilità di lavoro. Noi abbiamo la facoltà di abitare nelle case private; in sei persone
(io, Bordiga, Conca, lo Sbaraglini e altri due) abitiamo in una casetta per la quale spendiamo 90 lire al mese per ciascuno, tutti i servizi compresi. Contiamo di organizzare una mensa collettiva, in modo da poter soddisfare le necessità di vitto e alloggio con le 10 lire giornaliere della mazzetta. Il vitto naturalmente è pochissimo svariato: non si trovano uova, per esempio, ciò che mi annoia assai perché io non posso fare i pasti abbondanti del tipo marinaro. Il regime al quale siamo soggetti
consiste: nel ritirarsi a casa alle 8 della sera e nel non uscire di casa prima dell’alba; nel non oltrepassare i limiti dell’abitato senza un permesso speciale. L’isola è piccola (8 kmq) con una popolazione di 1600 abitanti, dei quali 600 circa coatti comuni: esiste un solo gruppo di abitazioni.
Il clima è ottimo, non ha fatto freddo finora; ciò non per tanto la posta giunge irregolarmente perché il vaporetto che fa la traversata 4 volte la settimana, non sempre riesce a superare il vento e i marosi. Per giungere a Ustica ho dovuto fare 4 tentativi di traversata, ciò che mi ha stancato piú
della intera traduzione da Roma a Palermo. Sono però rimasto sempre in ottime condizioni di salute, con grande meraviglia dei miei amici, che tutti hanno sofferto piú di me: figurati che sono leggermente ingrassato. In questi giorni però, sia per la stanchezza arretrata, sia per il vitto che non
si confà con le mie abitudini e la mia costituzione, mi sento molto snervato e spossato. Ma spero di acclimatarmi rapidamente e di liquidare definitivamente tutti i mali passati.
Ti scriverò spesso, se ciò ti farà piacere, per illudermi di trovarmi ancora nella tua gradita compagnia. Ti saluto affettuosamente
Antonio

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 Carissima Tania,
ti ho scritto una cartolina il 18 per avvertirti che avevo ricevuto la tua assicurata del 14: antecedentemente avevo scritto una lunga lettera per te all’indirizzo della signora Passarge, che avrebbe dovuto esserti consegnata l’11 o il 12. Riepilogo gli avvenimenti principali di tutto questo tempo.
Arrestato l’8 sera alle 10½ e condotto immediatamente in carcere, sono partito da Roma il mattino prestissimo del 25 novembre. La permanenza a Regina Coeli è stato il periodo piú brutto della detenzione: 16 giorni di isolamento assoluto in cella, disciplina rigorosissima. Ho potuto
avere la camera a pagamento solo negli ultimi giorni. I primi tre giorni li ho trascorsi in una cella abbastanza luminosa di giorno e illuminata di notte; il letto era però molto sudicio; le lenzuola erano già adoperate; formicolavano gli insetti piú diversi; non mi è stato possibile avere qualcosa da leggere, neanche la «Gazzetta dello Sport», perché non ancora prenotata: ho mangiato la minestra del carcere che era abbastanza buona. Sono quindi passato a una nuova cella, piú oscura di giorno e senza illuminazione la notte, ma che è stata disinfettata con la fiamma di benzina e il cui letto aveva biancheria di bucato. Ho incominciato a comprare qualcosa dal bettolino del carcere: le steariche per la notte, il latte per il mattino, una minestra con brodo di carne e un pezzo di lesso, formaggio, vino, mele, sigarette, giornali e riviste illustrate. Sono passato dalla cella comune alla camera a pagamento senza preavviso, cosa per cui rimasi un giorno senza mangiare, dato che il
carcere passa il vitto solo agli abitatori delle celle comuni, mentre quelli delle camere a pagamento devono «vittarsi» (termine carcerario) del proprio. La camera a pagamento consistette per me nel fatto che aggiunsero un materasso di lana e un cuscino idem al saccone di crine, e che la cella fu
arredata di un lavabo con catinella e boccale e di una sedia. Avrei dovuto avere anche un tavolino, un reggipanni e un armadietto ma l’amministrazione mancava di «casermaggio» (altro termine carcerario): ebbi anche la luce elettrica ma senza interruttore, sicché tutta la notte mi rigiravo per proteggere gli occhi dalla luce. La vita trascorreva cosí: alle 7 del mattino sveglia e pulizia della camera; verso le 9 il latte, che poi divenne caffè e latte quando incominciai a ricevere il vitto dalla trattoria. Il caffè giungeva di solito ancora tiepido, il latte invece era sempre freddo, ma io facevo allora una abbondantissima zuppa. Dalle nove a mezzogiorno capitava l’ora del passeggio: un’ora o dalle nove alle dieci, o dalle dieci alle undici, o dalle undici alle dodici; ci facevano uscire isolati, con la proibizione di parlare e di salutare chiunque, e si andava in un cortile diviso a raggi con muri divisori altissimi e con una cancellata sul resto del cortile. Eravamo sorvegliati da una guardia issata su un terrazzino dominante la raggera e da una seconda guardia che passeggiava dinanzi ai cancelli; il cortile era incassato tra muri altissimi e da una parte era dominato dalla bassa ciminiera
di una piccola officina interna; talvolta l’aria era fumo, un volta dovemmo rimanere circa mezz’ora sotto uno scroscio di pioggia. A mezzogiorno circa arrivava il pranzo; la minestra era spesso tiepida ancora, il resto era sempre freddo. Alle 3 c’era la visita alla cella col collaudo delle sbarre
dell’inferriata; la visita si ripeteva alle dieci di sera e alle tre del mattino. Io dormivo un po’ tra queste due ultime visite: una volta svegliato dalla visita delle tre non riuscivo ad addormentarmi; era però obbligatorio stare a letto dalle 7½ di sera fino all’alba. Lo svago era dato dalle voci diverse
e dai brani di conversazione che talvolta si riusciva a cogliere dalle celle vicine o prospicienti. Io non incorsi mai in nessuna punizione: Maffi invece ebbe tre giorni di pane e acqua in una cella di punizione. In verità non sentii mai nessun malessere: quantunque non abbia mai consumato tutto il
pasto, tuttavia mangiai sempre con appetito superiore a quello della trattoria. Avevo solo un cucchiaio di legno; né forchetta, né bicchiere. Un boccale e un boccaletto di terraglia per l’acqua e per il vino; una grossa scodella di terraglia per la minestra e un’altra per catino, prima della
concessione della camera a pagamento. Il 19 novembre mi fu comunicata l’ordinanza che mi infliggeva 5 anni di confino in colonia, senza altra spiegazione. I giorni successivi mi giunse la voce che sarei partito per la Somalia. Seppi che avrei scontato il confino in un’isola italiana solo la
sera del 24, indirettamente: la destinazione esatta mi fu comunicata ufficialmente solo a Palermo; potevo andare a Ustica ma anche a Favignana, a Pantelleria o a Lampedusa; erano escluse le Tremiti perché altrimenti avrei viaggiato da Caserta a Foggia. Da Roma partii al mattino del 25 col
primo accelerato per Napoli, dove giunsi alle 13 circa; viaggiai in compagnia di Molinelli, Ferrari, Volpi e Picelli, che erano stati anch’essi arrestati l’8. Ferrari però da Caserta fu distaccato per le Tremiti: dico distaccato perché anche nel vagone eravamo legati insieme a una lunga catena. Da
Roma in poi rimasi sempre in compagnia, ciò che produsse un notevole cambiamento nello stato d’animo: si poteva chiacchierare e ridere, nonostante che si fosse legati alla catena e con ambedue i
polsi stretti dalle manette e che in tale grazioso abbigliamento si dovesse mangiare e fumare.
Eppure si riusciva ad accendere i fiammiferi, a mangiare, a bere; i polsi si gonfiarono un po’, ma si ebbe la sensazione del quanto la macchina umana sia perfetta e possa adattarsi a ogni circostanza piú innaturale. Nel limite delle disposizioni regolamentari, i carabinieri di scorta ci trattarono con
grande correttezza e cortesia. Siamo rimasti a Napoli due notti, nel carcere del Carmine, sempre insieme e siamo ripartiti per via mare la sera del 27 con mare calmissimo. A Palermo abbiamo avuto un cameroncino molto pulito e arieggiato, con bellissimo panorama del monte Pellegrino;
trovammo altri amici destinati alle isole, il deputato massimalista Conca di Verona e l’avvocato Angeloni, repubblicano di Perugia. Sopraggiunsero in seguito altri, tra i quali Maffi che era destinato a Pantelleria e Bordiga destinato a Ustica. Sarei dovuto partire da Palermo il 2, invece
riuscii a partire solo il 7; tre tentativi di traversata fallirono per il mare tempestoso. È stato questo il pezzo piú brutto del viaggio di traduzione. Pensa: sveglia alle quattro del mattino, formalità per la consegna dei denari e delle cose diverse depositate, manette e catena, vettura cellulare fino al porto, discesa in barca per raggiungere il vaporetto, ascesa della scaletta per salire a bordo, salita di una scaletta per salire sul ponte, discesa di altra scaletta per andare nel reparto di terza classe; tutto ciò avendo i polsi legati ed essendo legato a una catena con altri tre. Alle sette il vaporetto parte,
viaggia per un’ora e mezza ballando e dimenandosi come un delfino, poi si ritorna indietro perché il capitano riconosce impossibile la traversata ulteriore. Si rifà all’inverso la serie delle scalette, ecc., si ritorna in carcere, si viene nuovamente perquisiti e si ritorna in cella; intanto è già mezzogiorno,
non si è fatto a tempo a comandare il pranzo; fino alle 5 non si mangia, e al mattino non si era mangiato. Tutto ciò quattro volte con l’intervallo di un giorno. A Ustica erano già arrivati 4 amici: il Conca, l’ex deputato di Perugia Sbaraglini, e due di Aquila. Per qualche notte abbiamo dormito in un camerone: adesso siamo già accomodati in una casa a nostra disposizione, in sei, io, Bordiga, il Conca, lo Sbaraglini e i due di Aquila. La casa è composta di una stanza a pianterreno dove dormono due: a pianterreno c’è anche la cucina, il cesso, e un bugigattolo che abbiamo adibito a sala comune di toilette. Al primo piano, in due stanze dormiamo in 4, tre in una stanza abbastanza grande e uno nello stanzino di passaggio; un’ampia terrazza sovrasta la stanza piú grande e domina la cala. Paghiamo 100 lire al mese per la casa e due lire al giorno per il letto, la biancheria del letto
e gli altri arredi domestici (due lire a testa). I primi giorni abbiamo speso molto per i pasti; non meno di 20 lire al giorno. Adesso spendiamo 10 lire al giorno di pensione per il pranzo e la cena;
stiamo organizzando una mensa comune che ci permetterà forse di vivere con le 10 lire al giorno che ci ha assegnato il governo; siamo già 30 confinati politici e ancora forse deve arrivare qualcuno.
I nostri obblighi sono svariati e complessi; i piú appariscenti sono quello di non uscire di casa prima dell’alba e di rincasare alle 8 di sera; non possiamo oltrepassare determinati limiti che sono all’ingrosso rappresentati dal perimetro dell’abitato. Abbiamo però ottenuto dei permessi che
ci consentono di passeggiare per tutto il territorio dell’isola con l’obbligo di rientrare nei limiti alle 5 del pomeriggio. La popolazione complessiva è di circa 1600 abitanti, dei quali 600 coatti, cioè criminali comuni che hanno subito piú condanne. La popolazione indigena è composta di siciliani,
molto gentili e ospitali; con la popolazione possiamo avere dei rapporti. I coatti sono sottoposti a un regime molto restrittivo; la grande maggioranza, data la piccolezza dell’isola, non può avere nessuna occupazione e deve vivere colle 4 lire giornaliere che assegna il governo. Puoi immaginare
ciò che avviene: la mazzetta (è il termine che serve a indicare l’assegno governativo) viene spesa specialmente per il vino; i pasti si riducono a un po’ di pasta con erbe e a un po’ di pane; la denutrizione porta all’alcoolismo piú depravato in brevissimo tempo. Questi coatti sono rinchiusi in
speciali cameroni alle cinque del pomeriggio e stanno insieme tutta la notte (dalle cinque del pomeriggio alle sette del mattino), chiusi dal di fuori: giocano alle carte, perdono qualche volta la mazzetta di parecchi giorni e si trovano cosí presi in un girone infernale che dura all’infinito. Da
questo punto di vista è un vero peccato che ci sia proibito di avere dei contatti con esseri ridotti a una vita tanto eccezionale: penso che si potrebbero fare delle osservazioni di psicologia e di
folklore di carattere unico. Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno, rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo principi che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari piú sommersi. Quattro divisioni
fondamentali esistono: i settentrionali, i centrali, i meridionali (con la Sicilia), i sardi. I sardi vivono assolutamente appartati dal resto. I settentrionali hanno una certa solidarietà tra loro, ma nessuna
organizzazione, a quanto pare; essi si fanno un punto d’onore del fatto che sono ladri, borsaioli, truffatori, ma non hanno mai versato sangue. Tra i centrali, i romani sono i meglio organizzati; non denunciano neanche le spie a quelli delle altre regioni, ma riserbano per loro la diffidenza. I meridionali sono organizzatissimi, a quanto si dice, ma tra di loro ci sono delle sottodivisioni: lo Stato Napoletano, lo Stato Pugliese, lo Stato Siciliano. Per il siciliano, il punto d’onore consiste nel non aver rubato, ma nell’avere solo versato del sangue. Tutte queste indicazioni le ho avute da un coatto che si trovava al carcere di Palermo per scontare una pena buscatasi durante il periodo di coazione e che era orgoglioso di avere, secondo il piano prestabilito, procurato una ferita della profondità di dieci centimetri (misurata, dice lui) al padrone che lo trattava male: era stabilito di
dieci centimetri, e furono dieci centimetri, non un millimetro di piú. Questo il capolavoro, che lo rendeva estremamente orgoglioso. Credi che il richiamo alla novella di Kipling non era esagerato, quantunque dettato dall’impressione del primo giorno. La mia situazione finanziaria in questo
tempo è stata ottima. Sono stato arrestato con 680 lire in tasca, ho visto segnate al mio attivo a Roma altre 50 lire. Le spese sono cominciate in forma allarmante solo dopo la partenza da Roma. A Palermo specialmente ci hanno letteralmente scorticati: il trattore segnava 30 lire un pacco di: una
porzione di maccheroni, ½ litro di vino, ¼ di pollo, frutta, che serviva per due pasti. Sono giunto a Ustica con 250 lire che mi sono bastate per i primi 10 giorni, poi ho avuto: 100 lire di mazzette (10 lire al giorno), le tue 500 lire e 374 lire di indennità parlamentare per i giorni dal 1° al 9 novembre.
Sono cosí a posto per parecchio tempo, cioè posso prendere qualche caffè, fumare le sigarette e completare la spesa giornaliera per vitto e alloggio che oggi è di 14 lire al giorno, ma che diminuirà quando avremo organizzato la mensa collettiva. Perciò non devi preoccuparti per me: non voglio
assolutamente che tu personalmente debba sacrificarti per me: se hai la possibilità, manda i tuoi aiuti a Giulia che certo ha maggiori necessità di me. Non ti ho scritto la volta passata che appena giunto a Ustica ho trovato una lettera in cui mi era assicurato che Giulia avrebbe ricevuto degli aiuti
e che non doveva avere preoccupazioni in proposito. Ricorrerò a te per avere qualche cosa che altrimenti non riuscirei ad avere: ma in generale sono deciso a fare in modo da vivere con la mazzetta governativa, perché ritengo che sia possibile, dopo qualche tempo di acclimatazione.
Un’altra cosa importantissima ti voglio dire: l’amico Sraffa mi ha scritto che ha aperto per me un conto corrente illimitato presso una libreria di Milano, alla quale potrò richiedere giornali, riviste e libri; mi ha offerto inoltre tutti gli aiuti che voglio. Come vedi, posso guardare all’avvenire con
sufficiente serenità. Se avrò l’assicurazione che Giulia e i bambini non soffriranno nessuna privazione, sarò realmente tranquillo: cara Tatiana, è questo il solo pensiero che mi ha tormentato in questo ultimo tempo e non solo dopo il mio arresto; sentivo venire questa tempesta, in modo
indistinto e istintivo, e perciò piú tormentoso. Ricordi, quando mi dicesti che l’amica comune accennava alla mia superstizione? Ci ho ripensato qualche volta, non per essere piú persuaso che avevo ragione e che ho esagerato non per superstizione, ma per mancanza di decisione e per altri
scrupoli che intellettualmente ritengo di carattere inferiore, ma dei quali non riesco e non riuscivo a liberarmi. In realtà, l’analisi che facevo era esatta, anche se mi era impossibile una dimostrazione obbiettiva e circostanziata.
Cosí ti ho scritto con quella abbondanza che tu desideravi, scrivendoti anche per cosettine di minima importanza. Sei contenta? Sai che ti voglio molto bene e che tanto mi dispiace quando ricordo qualche piccolo episodio in cui per disattenzione ti ho in qualche modo fatto del male?
Scrivi tu a Giulia anche a mio nome; non ho voglia di mandarti i disegni per Delio: dovrei dare delle spiegazioni su di essi e ciò mi dispiace enormemente. Aspetto le fotografie. Tra i libri da mandarmi includi i seguenti: — Hauser — Les Grandes puissances, Le prospettive economiche del
Mortara per il 1926, i due Berlitz – tedesco e russo. Tra gli oggetti vorrei un po’ di sapone, un po’ di acqua di colonia per la barba, uno spazzolino da denti con vetro di custodia, un po’ di dentifricio, un po’ di aspirina, una spazzola per i panni.
Carissima Tatiana, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

Carissimo amico,
ho ricevuto la tua lettera del 13 e ti ringrazio cordialmente della tua cortesia. La mia salute è ottima; qui fa ancora caldo. Ti scriverò a lungo. Ti abbraccio.
Antonio

Carissimo amico,
sono giunto a Ustica il 7 dicembre, dopo un viaggio alquanto disagiato (come puoi comprendere), ma molto interessante. Sono in ottime condizioni di salute. Ustica sarà per me un soggiorno abbastanza piacevole dal punto di vista dell’esistenza animale, perché il clima è ottimo e posso fare passeggiate saluberrime: per le comodità generali, tu sai che non ho molte pretese e
posso vivere con pochissimo. Mi preoccupa un po’ il problema della noia, che non potrà essere risolto unicamente dalle passeggiate e dal contatto con gli amici: siamo finora 14 amici, tra i quali Bordiga. Mi rivolgo a te perché mi faccia la cortesia di inviarmi qualche libro. Desidererei avere un
buon trattato di economia e di finanza da studiare: un libro fondamentale, che tu potrai scegliere a tuo giudizio. Quando ti sarà possibile mi manderai qualche libro e qualche rivista di cultura generale che riterrai interessante per me. Carissimo amico, tu conosci le mie condizioni famigliari e
sai quanto sia difficile per me ricevere libri altro che da qualche amico personale: credi che non avrei osato darti un tale fastidio, se non spinto dalla necessità di risolvere questo problema dell’abbrutimento intellettuale che specialmente mi preoccupa.
Ti abbraccio affettuosamente
A. Gramsci
Il mio indirizzo: A. G. – Ustica (prov. di Palermo).

Carissima Tatiana,
sono arrivato a Ustica il 7 e il giorno 8 ho ricevuto la tua lettera del 3. Ti descriverò in altre lettere tutte le impressioni del mio viaggio, a mano a mano che i ricordi e le emozioni diverse si andranno ordinando nel cervello e che sarò riposato dalle fatiche e dalle insonnie. A parte le condizioni speciali in cui esso si è svolto (come puoi comprendere non è molto confortevole, anche per un uomo robusto, percorrere ore e ore di treno accelerato e di piroscafo coi ferri ai polsi ed essendo legato a una catenella che ti impegna ai polsi dei vicini di viaggio), il viaggio è stato interessantissimo e ricco di motivi diversi, da quelli shakespeariani a quelli farseschi: non so se
potrò riuscire, per esempio, a ricostruire una scena notturna nel transito di Napoli, in un camerone immenso, ricchissimo di esemplari zoologici fantasmagorici; credo che solo la scena del becchino nell’Amleto possa eguagliarla. Il pezzo piú difficile del viaggio è stata la traversata da Palermo a
Ustica: abbiamo tentato quattro volte il passaggio e tre volte siamo dovuti rientrare nel porto di Palermo, perché il vaporetto non resisteva alla tempesta. Tuttavia, sai che sono ingrassato in questo mese? Io stesso sono stupefatto di sentirmi cosí bene e di avere tanta fame: penso che tra quindici
giorni, dopo che mi sarò riposato e avrò dormito sufficientemente, sarò completamente liberato da ogni traccia di emicrania e inizierò un periodo nuovissimo della mia esistenza molecolare.
La mia impressione di Ustica è ottima sotto ogni punto di vista. L’isola è grande otto chilometri quadrati e contiene una popolazione di circa milletrecento abitanti, dei quali seicento coatti comuni, cioè criminali parecchie volte recidi. La popolazione è cortesissima. Non siamo
ancora tutti accomodati: ho dormito due notti in un camerone comune con gli altri amici; oggi mi trovo già in una cameretta d’albergo e forse domani o dopodomani andrò ad abitare una casetta che stanno ammobigliando per noi: noi siamo trattati da tutti con grande correttezza.
Siamo assolutamente separati dai coatti comuni, la cui vita non saprei descriverti con brevi tratti: ricordi la novella di Kipling intitolata: Una strana cavalcata nel volume francese L’uomo che volle essere re. Mi è balzata di colpo alla memoria tanto mi sembrava di viverla. Finora siamo 15
amici. La nostra vita è tranquillissima: siamo occupati a esplorare l’isola che permette di fare passeggiate abbastanza lunghe, di circa 9-10 chilometri, con paesaggi amenissimi e visioni di marine, di albe e di tramonti maravigliosi: ogni due giorni viene il vaporetto che porta notizie, giornali, e amici nuovi, tra i quali il marito di Ortensia che ho avuto tanto piacere di incontrare.
Ustica è molto piú graziosa di quanto appaia dalle cartoline illustrate che ti invierò: è una cittadina di tipo saraceno, pittoresca e piena di colore. Non puoi immaginare quanto io sia contento di girellare da un angolo all’altro del paese e dell’isola e di respirare l’aria del mare dopo questo mese
di traduzioni da un carcere all’altro, ma specialmente dopo i sedici giorni di Regina Coeli passati nel piú assoluto isolamento. Penso di diventare il campione usticese nel lancio del sasso a distanza, perché ho già battuto tutti gli amici.
Ti scrivo un po’ balzelloni, cosí come mi viene, perché sono ancora un po’ stanco.
Carissima Tatiana, non puoi immaginare la mia emozione quando a Regina Coeli ho vista la tua calligrafia sulla prima bottiglia di caffè ricevuta e ho letto il nome di Marietta; sono letteralmente ridiventato un bambino. Vedi, in questo tempo, sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette
secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano.
Perciò mi limiterò a scriverti alcune notizie sul mio soggiorno a R. C. in relazione a quanto tu mi domandi. Ho ricevuto la giacca di lana che mi è stata estremamente utile, e cosí le calze ecc. Avrei sofferto molto freddo senza di esse, perché sono partito col paltò leggero e, sceso al mattino
prestissimo, quando abbiamo tentata la traversata Palermo-Ustica faceva un freddo cane. Ho ricevuto i piattini che mi è dispiaciuto lasciare a Roma, perché ho dovuto mettere tutto il mio bagaglio nella foderetta (che mi ha reso servizi inestimabili) ed ero sicuro di romperli. Non ho ricevuto il Cirio, né la cioccolata, né il pane di Spagna che erano proibiti: li ho visti segnati nella lista, ma con l’avvertenza che non potevano passare; cosí non ho avuto il bicchierino per il caffè, ma ho provveduto io costruendomi un servizio di mezza dozzina di gusci d’uovo montati superbamente su un piedestallo di mollica di pane. Ho visto che ti sei impressionata perché i pranzi
erano quasi sempre freddi: niente di male, perché ho sempre mangiato, dopo i primi giorni, almeno il doppio di quanto mangiavo in trattoria e non ho mai sentito il piú piccolo disturbo, mentre ho saputo che tutti i miei amici hanno avuto malesseri e hanno abusato di purganti. Vado convincendomi di essere molto piú forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti,
me la sono cavata con la semplice stanchezza. Ti assicuro che, eccettuate pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo; lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in
me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto. Ho letto sempre, o quasi, riviste illustrate e giornali sportivi e mi stavo rifacendo una biblioteca. Qui ho stabilito questo programma:
1° star bene per stare sempre meglio di salute;
2° studiare la lingua tedesca e russa con metodo e continuità;
3° studiare economia e storia. Tra noi faremo della ginnastica razionale, ecc. ecc. È necessario che in questi primi giorni, fino a sistemazione ultimata, ti dia degli incarichi di lavoro. Vorrei avere un sacco da viaggio che sia però sicuro come serratura o lucchetto: è migliore di ogni valigia o cassetta,
nell’ipotesi non esclusa di ulteriori miei movimenti nelle isole o verso la terra ferma. Cosí avrei bisogno di tutte quelle piccole cose, come il rasoio di sicurezza con lamette di ricambio, le forbicine per le unghie, la limetta ecc. ecc. che servono sempre e che qui non sono in vendita;
vorrei qualche tubetto di aspirina per il caso che i venti fortissimi mi diano flussioni ai denti. Per il vestito, il cappotto e la biancheria rimasta credo che tu farai bene. Mandami subito, se puoi, la grammatica tedesca e una grammatica russa; il dizionarietto ted. it. e it. ted. e qualche libro (Max
und Moritz — e la storia della letteratura it. del Vossler, se riesci a scovarla tra i libri). Mandami quel volumone di articoli e studi sul risorgimento italiano che è intitolato, mi pare, Storia politica del secolo XIX e un libro intitolato: R. Ciasca, La formazione del programma dell’unità nazionale, o
qualcosa di simile. D’altronde vedi tu stessa e decidi arbitralmente. Per questa volta, scrivi tu a Giulia: non riesco a vincere quel senso di pudore di cui ti ho parlato dianzi: sono rimasto molto felice di sapere le buone notizie su Delio e Giuliano; aspetto le fotografie. L’indirizzo da te usato è
ottimo, come hai visto: qui la posta funziona semplicemente, perché io vado allo sportello a domandare come alle fermo in posta e a Ustica esiste un solo ufficio postale. A proposito dei telegrammi inviati, quello di Roma annunziante la mia partenza sapevo con quasi certezza sarebbe
arrivato tardissimo, ma volevo far sapere la notizia e non escludevo che potesse essere utile per un colloquio nel caso che il ricevente avesse saputo che era possibile venire fino alle 11 di notte. Di cinque partenti, il solo Molinelli, che ha viaggiato sempre con me, ha ricevuto la visita della moglie
alle 11 precise: gli altri nulla.
Carissima Tatiana, se non ti avevo ancora scritto, non devi credere che ti abbia neppure per un momento dimenticata e non abbia pensato a te; la tua espressione è esatta, perché ogni cosa che ricevevo e in cui vedevo in rilievo il segno delle tue care mani era piú che un saluto, ma anche una
carezza affettuosa. Avrei voluto avere l’indirizzo della Marietta; forse vorrei scrivere anche alla Nilde; che te ne pare? Si ricorderà di me e gradirà il mio saluto? Scrivere e ricevere lettere è diventato per me uno dei momenti piú intensi di vita.
Carissima Tatiana, ti ho scritto un po’ confusamente. Credo che oggi, 10, il vaporetto non riuscirà a venire perché c’è stato tutta la notte un vento violentissimo, che non mi ha lasciato dormire, nonostante la morbidezza del letto e dei cuscini ai quali mi ero disabituato; è un vento che
penetra da tutte le fessure del balcone, della finestra e delle porte con sibili e suoni di trombetta molto pittoreschi, ma alquanto irritanti. Scrivi a Giulia e dille che sto veramente bene, sotto tutti i punti di vista e che la mia permanenza qui, che del resto non credo sarà cosí lunga come l’ordinanza
ha deciso, mi sradicherà dal corpo tutti i vecchi malanni: forse un periodo di riposo assoluto era proprio una necessità per me.
T’abbraccio teneramente carissima, perché abbraccio con te tutti i miei cari.
Antonio

Se la Nilde gradisce i miei saluti, inviami il suo indirizzo.

Carissima mamma,
ho pensato molto a te in questi giorni. Ho pensato ai nuovi dolori che stavo per darti, alla tua età e dopo tutte le sofferenze che hai passato. Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà. Saperti forte e paziente nella sofferenza sarà un motivo di forza anche per me: pensaci e quando mi scriverai all’indirizzo che ti manderò rassicurami.
Io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. Cercherò di superare anche fisicamente le difficoltà che possono attendermi e di rimanere in equilibrio. Tu conosci il mio carattere e sai che c’è sempre una punta di allegro umorismo nel suo fondo: ciò mi aiuterà a vivere.
Non ti avevo ancora scritto che mi è nato un altro bambino: si chiama Giuliano, e mi scrivono che è robusto e si sviluppa bene. Invece Delio in queste ultime settimane ha avuto la scarlattina, in forma leggera, sia pure, ma in questo momento non conosco le sue condizioni di salute: so che aveva già superato la fase critica e che stava rimettendosi. Non devi avere
preoccupazioni per i tuoi nipotini: la loro mamma è molto forte e col suo lavoro li tirerà su molto bene.
Carissima mamma: non ho piú la forza di continuare. Ho scritto altre lettere, ho pensato a tante cose e il non dormire mi ha un po’ affaticato. Rassicura tutti: di’ a tutti che non devono vergognarsi di me e devono essere superiori alla gretta e meschina moralità dei paesi. Di’ a Carlo
che egli specialmente ora ha il dovere di pensare a voi, di essere serio e laborioso. Grazietta e Teresina devono essere forti e serene, specialmente Teresina, se deve avere un altro figlio, come mi hai scritto. Cosí deve essere forte papà. Carissimi tutti, in questo momento specialmente mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate.

Vogliatemi sempre bene lo stesso e ricordatevi di me.
Vi bacio tutti. E a te, cara mamma, un abbraccio e una infinità di baci.
Nino
P.S. – Un abbraccio a Paolo e che voglia sempre bene e sia sempre buono con la sua cara
Teresina.
E un bacio a Edmea e a Franco.

Mia carissima Julca,
ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l’ultima lettera che io ho ricevuto e letto).
Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di vedere insieme crescere i nostri bambini.
Occorre che ora tu ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente
ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sempre sei stata.
Dovrai esserlo ancora di piú che nel passato, perché i bambini crescano bene e siano in tutto degni di te. Ho pensato molto, molto in questi giorni.
Ho cercato di immaginare come si svolgerà tutta la vostra vita avvenire, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e di fiducia infinita. Io sono e sarò
forte; ti voglio tanto bene e voglio arrivare a vedere i nostri piccoli bambini. Mi preoccupa un po’ la quistione materiale: potrà il tuo lavoro bastare a tutto? Penso che non sarebbe né meno degno di noi
né troppo, domandare un po’ di aiuti. Vorrei convincerti di ciò, perché tu mi dia retta e ti rivolga ai miei amici. Sarei piú tranquillo e piú forte, sapendoti al riparo da ogni brutta evenienza. Le mie responsabilità di genitore serio mi tormentano ancora, come vedi.
Carissima mia, non vorrei in modo alcuno turbarti; sono un po’ stanco, perché dormo pochissimo, e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la piú grande tenerezza insieme ai bambini.
Antonio