Carissimo Berti,
ho ricevuto la tua del 15 luglio. Ti assicuro che il mio stato di salute non è peggiore di quello che era negli scorsi anni; credo anzi che sia un tantino migliorato. D’altronde non faccio nessun lavoro, perché non può chiamarsi lavoro il leggere puro e semplice. Leggo molto, ma disordinatamente. Ricevo qualche libro di fuori e leggo i libri della biblioteca carceraria, cosí, come capitano, settimana per settimana. Io possiedo una capacità abbastanza felice di trovare un qualche lato interessante anche nella piú bassa produzione intellettuale, come i romanzi d’appendice, per
esempio. Se avessi la possibilità, accumulerei centinaia e migliaia di schede su alcuni argomenti di psicologia diffusa popolare. Per esempio: come è nato il mito del «rullo compressore russo» del 1914; in questi romanzi trovi a centinaia gli spunti in proposito, ciò che significa che esisteva tutto
un sistema di credenze e di timori radicati nelle grandi masse popolari e che nel 1914 i governi imponevano quelle che si potrebbero dire le loro campagne d’agitazione nazionalistiche. Allo stesso modo trovi centinaia di spunti sull’odio popolare francese contro l’Inghilterra, legato alla tradizione
contadinesca della guerra dei cento anni, del supplizio di Giovanna d’Arco e poi alle guerre e all’esilio di Napoleone. Che i contadini francesi, sotto la Restaurazione, credessero Napoleone un discendente della Pulzella, non è estremamente interessante? Come vedi io razzolo anche nei letamai! D’altronde qualche libro interessante mi capita di tanto in tanto. Sto leggendo adesso l’Église et la Bourgeoisie primo tomo (300 pp. in 8°) di Origines de l’esprit bourgeois en France di un tale Groethuysen. L’autore, che non conosco, ma che deve essere un seguace della scuola sociologica del Paulhan, ha avuto la pazienza di analizzare molecolarmente le raccolte di prediche e di libri di devozione usciti prima del 1789, per ricostruire i punti di vista, le credenze, gli atteggiamenti della nuova classe dirigente in formazione. Una grande delusione intellettuale mi ha dato invece il tanto strombazzato libro di Henri Massis Défense de l’Occident; credo che Filippo
Crispolti o Egilberto Martire avrebbero scritto un libro piú snello se fosse loro venuto in testa l’argomento. Ciò che mi fa ridere è il fatto che questo egregio Massis, il quale ha una benedetta paura che l’ideologia asiatica di Tagore e di Gandhi non distrugga il razionalismo cattolico francese,
non s’accorge che Parigi è diventata una mezza colonia dell’intellettualismo senegalese e che in Francia si moltiplica il numero dei meticci. Si potrebbe, per ridere, sostenere, che se la Germania è l’estrema propaggine dell’asiatismo ideologico, la Francia è l’inizio dell’Africa tenebrosa e che il
jazz-band è la prima molecola di una nuova civiltà eurafricana!
Ti ringrazio per aver cercato di farmi avere i fogli mancanti al mio esemplare del libro del Rosselli. Hai letto il libro? Io non conosco il Rosselli, ma vorrei dirgli che non comprendo in un libro di storia l’acrimonia che egli mette nel suo. Questo in generale. In particolare: lo spunto del suo libro mi pare drammatico fino all’istrionismo (naturalmente il recensore del «Giornale d’Italia» si è impadronito di questo spunto e l’ha rigirato con la massima pacchianeria). Poi il Rosselli non accenna neanche al fatto che la famosa riunione di Londra del 1864 per l’indipendenza della Polonia era domandata dalle Società napoletane da qualche anno e fu convocata proprio per una
esplicita lettera di una Società napoletana. Il fatto mi pare capitale. Nel Rosselli c’è (per lui) una strana deformazione intellettuale. I moderati del Risorgimento, i quali dopo i fatti di Milano del febbraio 1853 e a pochi giorni dall’impiccagione di Tito Speri, avevano inviato un indirizzo di omaggio a Francesco Giuseppe, a un certo momento, specialmente dopo il 60 ma piú dopo gli avvenimenti di Parigi del 71, si impadronirono di Mazzini e se ne fecero un baluardo, anche contro Garibaldi (vedi Tullio Martello, per es. nella sua Storia). Questa tendenza è rimasta fino ad oggi ed è rappresentata dal Luzio. Ma perché anche dal Rosselli? Io pensavo che la giovane generazione di storici si fosse liberata da queste diatribe e dall’acrimonia che le accompagna e che ai Gesta dei avesse sostituito la critica storica. Del resto il libro del Rosselli «riempie una lacuna» realmente.
Ho ricevuto una cartolina da Amadeo. Saluta tutti affettuosamente, anche il Rosselli e il Silvestri.
Ti abbraccio.
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 28 luglio e la lettera di Giulia. Non avevo ricevuto lettere dopo l’11 luglio ed ero in grande pena, tanto che ho fatto qualcosa che a te sembrerà una sciocchezza: non te la voglio dire, però, te la dirò quando verrai a colloquio. Mi dispiace che tu ti senta moralmente stanca. Mi dispiace tanto piú, perché sono persuaso di avere contribuito a deprimerti.
Cara Tania, ho sempre un grande timore che tu stia peggio di quanto mi scrivi e che ti possa trovare in qualche imbarazzo. Per causa mia. È questo uno stato d’animo che niente può distruggere. È radicato in me. Sai che nel passato io ho sempre fatto una vita da orso nella caverna proprio per
questo stato d’animo: perché non volevo che nessuno fosse legato alle mie traversie. Ho cercato di farmi dimenticare anche dalla mia famiglia, scrivendo a casa il meno possibile. Basta! Vorrei fare qualcosa per farti sorridere almeno. Ti racconterò la storia dei miei passerotti. Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (una blatta o un millepiedi). Il primo passerotto era molto piú simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa. Il primo divenne subito padrone della cella. Credo che avesse uno spirito eminentemente goethiano, come ho letto in una biografia a proposito dell’uomo biografato. Ueber allen Gipfeln. Conquistava tutte le
cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporarne la sublime pace.
Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo; e perciò una volta cadde in un recipiente pieno dei rifiuti della caffettiera e fu lí lí per affogare. Ciò che mi piaceva in questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la
mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso è che la sua relativa famigliarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiarle danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la
danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose. Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò piú, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma
non si lasciò mai prendere in mano senza rivoltarsi e cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso, di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato
destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo morí. L’attuale passero invece è di una domesticità nauseante; vuole essere imboccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene
sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni: se avesse le ali intiere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi oltre al fatto che il mangiare
sempre pane mollo deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate. Ed ecco la storia dei miei passerini.
Scriverai tu a Giulia anche per me, è vero? Ho pensato di scriverle direttamente; che te ne pare. Sarebbe lo stesso, ma come fare a scrivere ogni settimana a te e a Giulia separatamente? Tutta la mia corrispondenza sarebbe impegnata; d’altronde io voglio scrivere a te ogni settimana.
Cara Tania, ti voglio tanto bene e ti abbraccio
Antonio

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 12 luglio e la fotografia dei due bambini di Teresina. Hai ricevuto un’altra mia lettera, nella quale ti scrivevo qualcosa su Nannaro? Se non l’hai ricevuta, non pensare che ti abbia mandato sue notizie precise, perché neanche io sono riuscito mai ad averne;
cercavo solo di spiegarti le ragioni probabili del silenzio di Nannaro almeno a mio riguardo.
Il gruppo dei due bambini mi pare venuto molto bene, anche se la fotografia non è molto riuscita. Si vede che sono due bei bambini. Nell’altra fotografia di Franco che mi avevi mandato, il bambino sembrava un vecchietto; era molto magro e senza freschezza. Da un pezzo non ho piú
ricevuto notizie da Giulia; da circa 3 mesi, non so niente né di lei né dei bambini. Mia cognata è sempre all’ospedale ammalata; penso che proprio in questi giorni le abbiano fatto un’operazione, perché da 20 giorni non ho sue notizie. Io mi sto abituando a non pensare piú a nulla e a lasciare
andare le cose come vogliono. Abbracci a tutti
Nino

Perché non ti faccia imbrogliare, nel caso, ti avverto che lo scudo d’argento non vale solo 5 lire, ma oggi vale 20 lire. Quando l’ho mandato valeva proprio 30 lire circa e da esso si poteva benissimo fare un cucchiaino da bambini.

Carissima Tania,
ho ricevuto, questa settimana, solo una lettera della Ester. Ieri, domenica, ero proprio convinto che saresti venuta al colloquio. Non devi credere, però, carissima, che io mi sia mai irritato perché tu non hai ancora potuto venire a vedermi, e che abbia, in qualsiasi modo, pensato che il ritardo sia stato causato da tua poca diligenza. Mi è sembrato di leggere un qualcosa del genere nella lettera della Ester. No. Sono stato nervoso perché non avevo tue notizie regolarmente e perché le notizie erano vaghe e incerte. Capivo che tu mi scrivessi come mi scrivevi, perché ho visto altre volte come dai poca importanza alla tua salute, ma non capisco come la Ester almeno non capisse di dovermi scrivere con una certa concretezza. Anche adesso capisco poco. Ester mi aveva scritto che tu avevi già subito l’operazione dell’appendicite; dalla tua ultima lettera appare
invece che l’operazione non ha avuto luogo ancora. Questa incertezza devi poi metterla in rapporto al fatto che alla fine di maggio e per quasi tutto giugno io credevo di dover partire per Roma da un giorno all’altro. Puoi immaginare il mio stato d’animo in simili condizioni. Qualche momento ero veramente furibondo. Quei «benino», che mi scrivevate, mi facevano da aculeo. Sai, al mio paese si racconta questa storia: — Il governo, attraverso i prefetti, inviò a tutti i Municipi, molto tempo fa,
una circolare dove si domandava a quale distanza dall’abitato si trovasse il cimitero. Il sindaco rispose la prima volta: «A un tiro di schioppo». Il modulo fu rimandato indietro, con la richiesta di una maggiore precisione e il sindaco precisò: «A un tiro di sasso, lanciato da mano maestra»; il
modulo fu ancora rimandato e il sindaco fu ancora piú preciso: «Una volata di allodola di seconda covata». Non ti pare che tu ed Ester abbiate avuto ed abbiate contro il sistema metrico decimale delle notizie la stessa avversione di quel sindaco?
Carissima Tania, nonostante tutto, mi sento molto colpevole e sono addolorato di avere in tal modo perduto il controllo di me stesso. Ti prego di non trascurare nulla per rimetterti in salute e di fare tutto ciò che alla clinica ritengono sia necessario. Io posso aspettare e aspetterò con molta
pazienza. Ti voglio molto bene
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera dell’11. Non ti ho scritto prima direttamente, perché non sapevo il tuo indirizzo preciso. Ma io pensavo che la Ester ti mostrasse sempre le mie lettere che erano scritte specialmente per te. Cara Tania, certo immagini quanto dolore abbia sentito e senta per tutto questo
trambusto di malattie in cui ti sei trovata per causa mia. Io non ne capisco nulla ma a certe parole che ronzano come mosconi, penso che si tratti di cose molto complicate. Che tu sia già potuta uscire dall’ospedale, mi ha molto consolato. Sai da che cosa era specialmente determinato il mio
nervosismo? Dal non sapere nulla di concreto e dal pensare che mentre tu eri a Milano ammalata io potevo, da un giorno all’altro, essere messo in traduzione per Roma, senza averti visto. Devo restituire la penna e perciò devo smettere. Ti abbraccio teneramente, con la speranza di vederti tra
breve.
Antoni

Caro Berti,
ho ricevuto la tua lettera del 20 giugno* . Ti ringrazio di avermi scritto. Non so se Ventura ha ricevuto le mie numerose lettere, perché da Ustica non ricevo corrispondenza da un bel pezzo. In questo momento attraverso un certo periodo di stanchezza morale, in relazione ad avvenimenti di
carattere famigliare. Sono molto nervoso e irascibile; non riesco a concentrarmi su nessun argomento, anche se interessante, come quello trattato nella tua lettera. D’altronde ho perduto ogni contatto col vostro ambiente e non so immaginare quale sia il carattere delle trasformazioni
avvenute nella media dei confinati. Una delle attività piú importanti, secondo me, da svolgere da parte del corpo insegnante sarebbe quella di registrare, sviluppare e coordinare le esperienze e le osservazioni pedagogiche e didattiche; da questo ininterrotto lavoro solo può nascere il tipo di scuola e il tipo di insegnante che l’ambiente richiede. Che bel libro si potrebbe fare, e quanto utile, su queste esperienze. Poiché tale è la mia opinione, mi è difficile darti dei consigli e tanto meno scodellarti, come tu dici, una serie di idee «geniali». Penso che la genialità debba essere mandata
nel «fosso» e debba invece essere applicato il metodo delle esperienze piú minuziose e dell’autocritica piú spassionata o obiettiva. Caro Berti, non pensare che io voglia scoraggiarti o aumentare il turbamento che già esiste in te, come mi scrivi. Io penso, cosí all’ingrosso, che la scuola dovrebbe essere in tre gradi (fondamentali, perché ogni grado potrebbe essere diviso in corsi): il terzo grado dovrebbe essere quello degli insegnanti o equiparati, e funzionare piuttosto come circolo che come scuola in senso comune. Ogni componente, cioè, dovrebbe dare un suo contributo come conferenziere o relatore su determinati argomenti scientifici, storici o filosofici,
ma specialmente didattici e pedagogici. Per il corso di filosofia io penso, cosí, sempre all’ingrosso, che l’esposizione storica dovrebbe essere riassuntiva e si dovrebbe invece insistere su un sistema filosofico concreto, quello hegeliano, sviscerandolo e criticandolo in tutti i suoi aspetti. Farei invece un corso di logica, direi persino coi barbara, baralipton, ecc., e di dialettica. Ma di tutto questo potremo ancora parlare, se tu mi scriverai ancora.
Caro Berti, salutami tutti gli amici e credimi cordialmente tuo
Antonio

* Ustica 20. VI. 927
Caro Antonio,
tre mesi fa sono stato trasferito qui da Pantelleria. Già saprai come questa colonia è molto cambiata non fosse altro perché è sei volte piú numerosa di quando tu eri qui. L’attività educativa dei confinati è andata perciò
intensificandosi e allargandosi e un simile aumento quantitativo ha anche influito sulla sua qualità. I corsi sono numerosissimi e frequentati: si fa quel che si può nella maniera migliore possibile.
Da un paio di mesi mi hanno tirato fuori dei ranghi e mi hanno incaricato particolarmente del corso di storia della filosofia e di quello di storia. La cosa, da parecchi punti di vista, non mi ha fatto piacere.
Tu sai ch’io sono meridionale e napoletano per giunta. A questo (ed a questo soltanto) io attribuisco una mia spiccata tendenza — passata, oso sperare — ad occuparmi di cose che non conosco a fondo con una certa parlantina e
non senza sussiego. Questa tendenza mi ha dato per il passato alcuni dispiacerucci, sussistendone ancora vivo il ricordo frammisto ad un certo rimorso, mi hanno messo addosso un certo scrupolo che mi rende esitante e dubbioso dinanzi ad ogni questione che per poco si presenti come contradittoria (che è quanto dire dinanzi ad ogni questione possibile).
Immagina, dunque, con che animo ho cominciato a far scuola in materie in cui mi sento appena appena degno di essere io stesso scolaro. Ma se io non avessi accettato il peso di questo incarico sarebbe andato a finire sulle spalle
del prof. Parri del Corriere della sera o sul prof. Rosselli del Quarto Stato e per non dar loro questo incomodo ho dovuto accettare.
Per fortuna non sono solo. Il corso di storia della filosofia è preparato in collaborazione con Amadeo, con Mauro e con altri eccellenti amici. Procediamo cosí normalmente: io od Amadeo facciamo una relazione su di un determinato argomento, ad esempio, «Parmenide e la matematica dei pitagorici», indi si discute, indi poi io m’incarico di vergare il testo definitivo della lezione in forma di dispensa per iscritto. Finora abbiamo fatto sei dispense: tutta la filosofia naturalistica greca (i presocratici). Abbiamo trattato gli argomenti seguenti: 1° Delucidazioni preliminari sul
metodo 2° I Milesi 3° I pitagorici 4° Gli Eleati 5° I dialettici 6° Grandezza e decadenza della filosofia materialistica (Gli atomisti).
Se a te è permesso d’occuparti di filosofia io ti spedirei volentieri le sei dispense, che, naturalmente, sono semplici appunti fatti senza pretese. Tu, poi, dovresti restituirli. Pel primo argomento ci siamo serviti degli scritti di
filosofia del prof. Antonio Labriola e di alcuni elementi della famosa polemica fatta contro le teorie del prof. Dühring.
Naturalmente abbiamo fissato negli appunti soltanto quel tanto di elementi fondamentalissimi ch’erano necessari. Poi, diviso il corso in piú gruppi, in cinque o sei lezioni ci siamo soffermati spiegando. Oltre a questo abbiamo dato nel corso allo studio della dialettica il posto che meritava. Abbiamo perciò fatto leva su Empedocle ed Eraclito (di cui abbiamo i frammenti e di cui Hegel ha potuto dire che non vi era parte della sua filosofia ch’egli non avesse incluso nella sua logica). Fonti del corso: i testi di storia del Fiorentino, del De Ruggiero, del Windelband, del Weber, e qualche raccolta di frammenti originali. La terza dispensa l’abbiamo scritta insieme con Amadeo, la quarta è del tutto fatica personale di Amadeo, le altre, dopo le opportune modificazioni collettive, sono state fatte da me.
Finito il periodo della filosofia naturalistica entriamo in un periodo che presenta particolari difficoltà. È il periodo in cui l’osservazione si sposta decisamente dal campo naturalistico e si concentra sui fatti dell’uomo come
individuo e come convivente in una determinata società. È il periodo del rapido dissolvimento della polis, e la filosofia dell’epoca riflette tutta la complicata crisi della vita Ateniese.
Questo periodo lo cominceremo con un corso di storia greca (abbiamo E. Ciccotti e forse avremo Curtius) breve, s’intende e avremo, come bussola, il libro di Antonio Labriola su Socrate. Non è molto ma è parecchio e se non
riusciremo a fare cosa decente sarà per nostra ignoranza.
A questo punto hai ben capito che ti scrivo a scopo di avere in generale e in particolare consigli. Indicaci libri, materiali e dacci qualche idea geniale, ché qui c’è carestia.
Gli allievi di filosofia son circa settanta. Fra essi c’è il vecchio Sorgoni di Ancona, Bentivoglio di Molinella, Ciccotti Scozzese junior, Jora e poi tutti noi e ancora tanti altri.
Tutti studiamo assai volentieri. Del corso di storia in un’altra lettera.
Affettuosamente tuo
Berti

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 2 con la fotografia di Mea. La tua precedente lettera l’avevo poi ricevuta e ad essa ho anche risposto. Le mie notizie sono sempre le stesse; la salute è abbastanza buona e tiro avanti. In queste ultime settimane ho avuto un grosso dispiacere; è venuta da Roma a
Milano mia cognata Tatiana per visitarmi, ma è caduta ammalata e dal 14 maggio si trova in un ospedale, senza ancora essere potuta venire a vedermi. Spero che adesso stia bene (cosí mi scrive, almeno) e che fra giorni mi farà una visita.
La fotografia di Mea non mi piace. Sai a cosa pensavo? Che lo scudo d’argento che avevo mandato per farle un cucchiaino, tu l’hai conservato e glielo hai messo nel salvadanaio o alla posta.
Mi pare di vedere nella faccia di questa bambina i lineamenti potenziali di una beghina che dà il denaro in prestito al 40 per cento d’interesse. Mi pare che tutti insieme, tu, Grazietta e Teresina avete rovinato Edmea. Non dimenticherò mai che la prima volta che Mea venne a spasso con me,
avendole chiesto se voleva i cioccolattini, mi rispose di darle i soldi che li avrebbe messi alla posta.
Ti pare un bel modo questo di educare i bambini? Io mi domando perché una ragazza educata cosí possa sentire ripugnanza a prostituirsi; se le avete insegnato che il denaro vale per se stesso e non per i servizi che può procurare? Io desidero proprio che Mea abbia un cucchiaino e non uno scudo, devi scrivermi se hai fatto ciò.
Vorrei che tu mi mandassi, sai che cosa? La predica di fra’ Antiogu a su populu de Masuddas. Ad Oristano si potrà comprare, perché ultimamente l’aveva ristampata Patrizio Carta nella sua famosa tipografia. Poiché ho tanto tempo da perdere, voglio comporre sullo stesso stile un
poema dove farò entrare tutti gli illustri personaggi che ho conosciuto da bambino: tiu Remundu Gana con Ganosu e Ganolla, maistru Andriolu e tiu Millanu, tiu Micheli Bobboi, tiu Iscorza alluttu, Pippetto, Corroncu, Santu Jacu zilighertari ecc. ecc. Mi divertirò molto e poi reciterò il poema ai
bambini, fra qualche anno. Penso che adesso il mondo si è incivilito e le scene che abbiamo visto noi da bambini ora non si vedono piú. Ti ricordi quella mendicante di Mogoro che ci aveva promesso di venirci a prendere con due cavalli bianchi e due cavalli neri per andare a scoprire il
tesoro difeso dalla musca maghedda e che noi l’abbiamo attesa per mesi e mesi? Adesso i bambini non credono piú a queste storie e perciò è bene cantarle; se ci trovassimo con Mario potremmo rifare una gara poetica! Mi sono ricordato di tiu Iscorza alluttu, come pudicamente diceva zia
Grazia: vive ancora? ti ricordi quanto ci faceva ridere col suo cavallo che aveva la coda solo la domenica? Hai visto quante cose ricordo? Scommetto che sono riuscito a farti ridere. Saluta affettuosamente tutti. Ti abbraccio teneramente
Nino

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 23 maggio. Ti ringrazio perché mi hai scritto a lungo e mi hai mandato tante notizie interessanti. Dovresti sempre scrivermi cosí e mandarmi sempre tante notizie sulla vita locale anche se a te non sembrano di grande significato. Per esempio: mi scrivi che a
Ghilarza aggregheranno altri 8 comuni; intanto quali sono? E poi: che significato ha questa aggregazione e quali conseguenze? Ci sarà un solo podestà, e una condotta municipale, ma le scuole, per esempio, come saranno organizzate? Lasceranno in ogni attuale comune le prime scuole
elementari, oppure i bambini di Narbello o di Domusnovas dovranno ogni giorno venire a Ghilarza anche per la prima classe? Metteranno un dazio comunale unico? Le imposte che i ghilarzesi proprietari di terra in tutti questi comuni pagheranno saranno spese nelle singole frazioni o saranno
spese per abbellire Ghilarza? Questa è la questione principale, mi pare, perché nel passato il bilancio comunale di Ghilarza era poverissimo perché i suoi abitanti possedevano nel territorio dei comuni vicini e a
questi pagavano la maggior parte delle imposte locali. Ecco di che cosa devi scrivermi invece di pensare sempre alla mia posizione critica, triste ecc. ecc. Io vorrei rassicurarti da questo punto di vista. Intendiamoci: non che io creda la mia posizione molto brillante. Ma tu sai che ogni cosa ha un valore anche secondo il nostro modo di vederla e di sentirla. Ora, io sono molto tranquillo e vedo tutto con una grande calma e una grande fiducia, non per gli avvenimenti immediati che mi riguardano, ma per il mio avvenire ulteriore; sono persuaso, come ho già scritto a Teresina, che non dovrò star sempre a marcire in prigione; io credo, cosí a lume di naso, che starò dentro non piú di tre anni, anche se mi condannassero, mettiamo, a 20 anni. Vedi che ti scrivo con la massima sincerità, senza cercare di crearti nessuna illusione, penso che solo cosí anche tu sarai forte e avrai pazienza. Devi poi essere assolutamente tranquilla per ciò che riguarda le mie condizioni di forza morale e anche di salute fisica. Per la forza morale un po’ mi conosci. Ricordi quella volta (ma forse
non te l’abbiamo mai detto allora) che abbiamo fatto una scommessa tra ragazzi a chi resisteva di piú a darsi dei colpi di pietra sulle dita fino a fare uscire una goccia di sangue dai polpastrelli.
Adesso non sarei forse piú capace di resistere a queste prove barbariche, ma certamente sono diventato anche piú capace di resistere ai colpi di martello sulla testa che gli avvenimenti mi hanno vibrato e ancora mi vibreranno. Pensa che su per giú da dieci anni mi trovo in un ambiente di lotta e che mi sono sufficientemente temprato; avrei potuto essere ucciso una dozzina di volte, e invece mi trovo ancora vivo: è già un punto di guadagno incalcolabile. D’altronde sono stato anche felice per qualche tempo; ho due bellissimi bambini che certamente vengono allevati e crescono come piace a me e che diventeranno due uomini energici e forti. Dunque sono tranquillo e calmo e non ho proprio bisogno né di compassione né di conforto. E anche fisicamente sto abbastanza bene. In
questi sei mesi ne ho viste e ne ho passate di tutti i colori e ho scoperto che anche fisicamente sono molto, molto piú forte di quanto io stesso pensassi. Sono sicuro di poter resistere anche in avvenire
e sono sicurissimo perciò di riabbracciarti e di vederti contenta.
Di tanto in tanto ho nostalgia di Giulia e dei nostri figli e so che stanno bene. Sono certo che i bambini sono allevati anche con troppe comodità e  cure: la mamma, i nonni, le zie, si priverebbero del pane per non far mancare loro i biscotti e i bei vestitini. Di Nannaro non sono
riuscito a saper niente di preciso, mai: sapevo solo che viveva a Parigi, che lavorava, ma non di piú. Nannaro è molto matto e strano e credo che proprio lui non abbia voluto farmi sapere nulla di sé,
perché forse pensava che io fossi molto in collera con lui perché aveva riscosso il mio stipendio per 5 o 6 mesi senza farmene sapere nulla, mentre io ero ammalato in un sanatorio. Penso cosí io, almeno; e perciò credo che sia pazzo. Io sapevo in che stato era, come era stato ferito per causa mia e non avrei neanche pensato a rimproverarlo o a domandargli un soldo.
Cara mamma, sta forte e tranquilla e non essere troppo feroce con gli abbasantesi. Ti abbraccio affettuosamente
Nino

Carissima Tania,
ho ricevuto la settimana scorsa una tua cartolina e una tua lettera insieme alla lettera di Giulia.
Voglio rassicurarti per ciò che riguarda la mia salute: sto abbastanza bene, proprio sul serio. In questa ultima settimana mangio poi con una diligenza che sorprende me stesso: sono riuscito a farmi mandare il cibo quasi del tutto come piace a me e credo di essere persino ingrassato. Inoltre
da qualche tempo dedico un po’ di tempo, tanto al mattino come al pomeriggio, alla ginnastica; ginnastica da camera, che non credo sia molto razionale, ma che tuttavia mi giova moltissimo, secondo la mia impressione. Faccio cosí: cerco di fare dei movimenti che diano impulso a tutti gli arti e a tutti i muscoli, ordinatamente e cercando ogni settimana di aumentare di qualche unità il numero dei movimenti; che ciò sia utile è dimostrato, secondo me, dal fatto che nei primi giorni mi sentivo tutto indolenzito e non potevo fare un certo movimento se non pochissime volte, mentre adesso sono già riuscito a triplicare il numero dei movimenti senza risentire nessuna noia. Credo che questa innovazione mi abbia giovato anche psicologicamente, distraendomi specialmente dalle
letture troppo insulse e fatte solo per ammazzare il tempo. Non devi neanche credere che io studii troppo. Un vero e proprio studio credo che mi sia impossibile, per tante ragioni, non solo psicologiche, ma anche tecniche; mi è molto difficile abbandonarmi completamente a un
argomento o a una materia e sprofondarmi solo in essa, proprio come si fa quando si studia sul serio, in modo da cogliere tutti i rapporti possibili e connetterli armonicamente. Qualche cosa in tal senso forse incomincia ad avvenire per lo studio delle lingue, che cerco di fare sistematicamente,
cioè non trascurando nessun elemento grammaticale, come non avevo mai fatto sinora, poiché mi ero accontentato di sapere quanto bastava per parlare e specialmente per leggere. Perciò finora non ti ho scritto di mandarmi nessun dizionario: il dizionario tedesco del Kohler che mi avevi mandato ad Ustica è stato perduto dai miei amici di colà; ti scriverò di mandarmi l’altro dizionario, quello sistema Langescheid, quando avrò studiato tutta la grammatica; allora ti scriverò di mandarmi anche i Gespräche di Goethe con Eckermann, per farvi su delle analisi di sintassi e di stile e non solo per leggerli; ora leggo le novelline dei fratelli Grimm che sono elementarissime. Sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante; voglio sistematicamente riprendere, dopo il tedesco e il russo, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese che avevo studiacchiato negli anni scorsi; inoltre il rumeno, che avevo studiato all’università solo nella sua parte neolatina e che ora penso di poter studiare completamente, cioè anche per la parte slava del suo dizionario (che poi è piú del 50% del vocabolario rumeno). Come vedi, tutto ciò dimostra che sono completamente tranquillo anche psicologicamente; infatti non soffro piú di nervosismo e di accessi di sorda collera
come nei primi tempi; sono acclimatato e il tempo mi scorre abbastanza in fretta; lo calcolo a settimane e non a giorni e il lunedí è il punto di riferimento, perché scrivo e mi faccio la barba, operazioni eminentemente topiche.
Ti voglio fare un catalogo della mia biblioteca permanente, cioè dei libri di mia proprietà, che scorro continuamente e che cerco di studiare. Vediamo. Il Corso di Scienza delle Finanze dell’Einaudi, ecco un solido libro da digerire sistematicamente. Di finanza ho ancora: Gli ordinamenti finanziari italiani, raccolta di lezioni fatte all’Università di Roma da tecnici
dell’amministrazione statale; ottimo libro e di grande interesse. Una Storia dell’Inflazione, scritta dal Lewinsohn, molto interessante, sebbene di tipo giornalistico. Un libro sulla Stabilizzazione monetaria nel Belgio scritto dal ministro Frank. Di economia non ho nessun testo: avevo ad Ustica
quello ottimo del Marshall, ma i miei amici se lo sono trattenuto loro. Ho però le Prospettive economiche del Mortara per il 1927; l’Inchiesta Agraria di Stefano Jacini; il libro di Ford Oggi e domani che mi diverte assai, perché Ford, se è un grande industriale, mi pare assai comico come
teorizzatore; il libro del Prato sulla struttura economica del Piemonte e di Torino e un fascicolo degli «Annali di Economia» con una ricerca molto diligente sulla struttura economica del Vercellese (zona del riso italiano) e una serie di conferenze sulla situazione economica inglese (c’è anche una conferenza del Loria). Di storia ho pochissimo e cosí di letteratura: un libro di Gioacchino Volpe sugli ultimi 50 anni di storia italiana, di attualità però, di carattere piuttosto polemico, La storia della lett. ital. e i Saggi critici del De Sanctis. Quelli che avevo ad Ustica li ho dovuti lasciare agli amici di colà, che si trovavano anche loro a mal partito.
Ti ho voluto scrivere tutto questo perché mi pare sia il mezzo migliore perché tanto tu quanto Giulia vi facciate un’idea almeno approssimativa della mia vita e del corso ordinario dei miei pensieri. D’altronde non dovete pensare che sia completamente solo e isolato; ogni giorno, in
un modo o nell’altro, c’è qualche movimento. Al mattino c’è il passeggio; quando mi capita una buona posizione di cortiletto, osservo le facce di quelli che vanno e vengono ad occupare gli altri cortiletti. Poi vendono i giornali permessi a tutti i detenuti. Al ritorno in cella, mi portano i giornali politici di cui mi è concessa la lettura; poi c’è la spesa, poi portano la spesa fatta il giorno prima, poi portano la colazione ecc. ecc. Insomma si vedono continuamente delle faccie nuove, ognuna delle quali nasconde una personalità da indovinare. D’altronde, potrei, rinunziando alla lettura dei giornali politici, stare in compagnia di altri detenuti per 4 o 5 ore al giorno. Ci ho pensato un po’, ma poi mi sono deciso a star solo mantenendo la lettura dei giornali; una compagnia occasionale mi
divertirebbe per qualche giorno, forse per qualche settimana, ma poi, con ogni probabilità, non riuscirebbe a sostituire la lettura dei giornali. Cosa ve ne pare? O forse la compagnia, in sé e per sé, vi pare un elemento psicologico da apprezzare di piú? Tania, come medichessa, devi darmi tu un consiglio proprio tecnico, poiché è possibile che io non sia in grado di giudicare con la oggettività che forse sarebbe necessaria.
Ecco dunque la struttura generale della mia vita e dei miei pensieri. Non voglio parlare dei miei pensieri in quanto sono diretti a voi tutti e ai bambini: questa parte dovete immaginarla, e credo che la sentiate.
Cara Tania, nella tua cartolina mi parli ancora della tua venuta a Milano e della possibilità che ci vediamo a colloquio. Sarà proprio da vero questa volta? Sai che oramai da piú di sei mesi non vedo nessun familiare? Questa volta ti aspetto sul serio. Abbracci.
Antonio

Carissima mamma,
da qualche tempo non ricevo tue lettere e notizie di casa. Ho scritto a Teresina, ma essa non mi ha risposto. Cosí in tutto questo tempo non mi avete mai scritto nulla su Grazietta e sulle sue condizioni di salute.
Io sto abbastanza bene; la mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e cosí ogni giorno. Attendo sempre della corrispondenza, ma ne ricevo ben poca. Perché non mi fai scrivere almeno da Carlo? Possibile che i suoi affari lo assorbano tanto da impedirgli di scrivermi di tanto in
tanto? Vorrei inoltre avere l’indirizzo preciso di Mario; dal 1921 non ho piú avuto rapporti con lui, ma ora ho saputo che si è occupato di me e perciò vorrei scrivergli per ringraziarlo. Scrivimi tutto ciò che lo riguarda, in modo che dalle mie lettere non appaia che io proprio non mi sono occupato di lui in tutti questi anni: quanti figli ha e come si chiamano? ecc. ecc.
Abbraccia tutti di casa e tira delicatamente le orecchie a Carlo e a Teresina. Un abbraccio affettuoso a te
Nino