lettera n° 29 : 25 aprile 1927 : a Tatiana

novembre 15, 2009

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 12 e mi sono proposto freddamente, cinicamente, di farti arrabbiare. Lo sai che sei una grande presuntuosa? Te lo voglio dimostrare obbiettivamente e mi diverto già immaginando la tua collera (non andare troppo in collera, però; ciò mi dispiacerebbe).
Che la lettera mandatami ad Ustica fosse tutta sbagliata, è certo; ma tu non ne puoi essere ritenuta responsabile. È impossibile immaginare la vita di Ustica, l’ambiente di Ustica, perché è assolutamente eccezionale, è fuori di ogni esperienza normale di umana convivenza. Potevi tu immaginare cose come questa; senti. Io sono giunto ad Ustica il 7 dicembre, dopo 8 giorni di
interruzione nell’arrivo del vaporetto e dopo 4 traversate fallite. Ero il quinto confinato politico che giungeva. Fui avvisato subito di farmi una provvista di sigarette, perché la scorta era agli sgoccioli;
andai dal tabaccaio e domandai 10 pacchetti di macedonia (16 lire), mettendo sul banco un biglietto da cinquanta lire. La venditrice (una giovane donna, dall’apparenza assolutamente normale) si maravigliò della mia domanda, se la fece ripetere, prese i dieci pacchetti, li aprí, incominciò a
contare le sigarette una ad una, perse il conto, ricominciò, prese un foglio di carta, fece dei lunghi conti colla matita, li interruppe, prese le cinquanta lire, le guardò da ogni parte; finalmente mi domandò chi ero. Saputo che ero un confinato politico, mi consegnò le sigarette e mi restituí le 50 lire, dicendomi che l’avrei potuta pagare dopo aver cambiato il biglietto. Lo stesso fatto si ripeté altrove ed eccone la spiegazione: — ad Ustica esiste solo l’economia del soldo; si vende a soldi; si spende mai piú di 50 cent. Il tipo economico di Ustica è il coatto, che prende 4 lire al giorno, ne ha
già impegnate 2 dall’usuraio o dal vinaio e si alimenta con le altre 2, comprando 300 grammi di pasta e mettendoci come condimento un soldo di pepe macinato. Le sigarette si vendono una per volta; una macedonia costa 16 centesimi, cioè tre soldi e un centesimo; il coatto che compra una
macedonia al giorno, lascia un soldo di deposito e ne sconta 1 cent. al giorno per 5 giorni. Per calcolare il prezzo di 100 macedonie, occorreva dunque fare 100 volte il calcolo dei 16 centesimi (3 soldi più i cent.) e nessuno può negare che questo sia un calcolo discretamente difficile e complicato. Ed era la tabaccaia, cioè uno dei commercianti piú grossi dell’isola. Ebbene: la
psicologia dominante in tutta l’isola è la psicologia che può avere per base l’economia del soldo, l’economia che conosce solo l’addizione e la sottrazione delle singole unità, l’economia senza la tavola pitagorica. Senti quest’altra (e ti parlo solo di fatti accaduti a me personalmente; e ti parlo dei
fatti che credo non siano passibili di censura): venni chiamato negli uffici, dall’impiegato addetto alla revisione della posta in arrivo; mi fu consegnata una lettera, a me diretta e mi fu domandato di dare spiegazioni sul contenuto di essa. Un amico mi scriveva da Milano, offrendomi un apparecchio radiofonico e domandandomi i dati tecnici per acquistarlo almeno della portata Ustica- Roma. In verità non capivo la domanda che mi si faceva all’ufficio e dissi di che si trattava; credevano che io volessi parlare con Roma e mi fu negato il permesso di far venire l’apparecchio.
Piú tardi il podestà mi chiamò per conto suo, e mi disse che il Municipio avrebbe comprato l’apparecchio per conto proprio e perciò non insistessi; il podestà era favorevole a che mi fosse dato il permesso, perché era stato a Palermo e aveva visto che coll’apparecchio radiofonico non si può
comunicare. Potevi tu immaginare tutto questo? No. Dunque nella mia osservazione non c’era neanche l’ombra di una malizia sul tuo conto. Non si può domandare a nessuno di immaginare cose nuove; si può invece domandare (dico cosí per dire) l’esercizio della fantasia per completare sugli
elementi noti tutta la realtà vivente. Ecco dove voglio colpirti e farti arrabbiare. Tu, come tutte le donne in generale, hai molta immaginazione e poca fantasia e ancora, l’immaginazione in te (come nelle donne in generale) lavora in un solo senso, nel senso che io chiamerei (ti vedo fare un salto)…
protettore degli animali, vegetariano, infermieristico: le donne sono liriche (per elevarci un po’) ma non sono drammatiche. Immaginano la vita degli altri (anche dei figli) dal solo punto di vista del dolore animale, ma non sanno ricreare con la fantasia tutta un’altra vita altrui, nel suo complesso, in
tutti i suoi aspetti. (Bada che io constato, non giudico, né oso trarre conseguenze per l’avvenire; descrivo ciò che esiste oggi). Ecco dove volevo arrivare. Tu sai che io sono qui, in prigione, in uno spazio limitato, dove mi «devono» mancare tante cose; pensi al bagno, agli insetti, alla biancheria
ecc. Se io ti scrivessi che mi manca uno speciale dentifricio, per esempio, certo tu saresti capace di correre su e giú per Roma, di trascurare il pranzo e la cena, di farti venire la febbre; ne sono sicuro.
Ma invece tu mi scrivi annunziandomi una lettera di Giulia; poi mi riscrivi annunziandomene un’altra; poi ricevo una tua lettera (e le tue lettere mi sono molto care), ma non ricevo le lettere di Giulia e ancora non le ho ricevute. Ebbene, tu non sai rappresentarti la mia esistenza, qui in
prigione. Non immagini come io, ricevendo l’annunzio, aspetti ogni giorno e abbia ogni giorno una delusione e ciò si ripercuote su tutti i minuti di tutte le ore di tutte le giornate; come io legga e ogni momento salti su dalla lettura e mi metta a passeggiare su e giú e pensi e ripensi e almanacchi e
dica spesso: Ah, quella Tania, quella Tania! Ma non devi arrabbiarti troppo sai, e non devi neanche provare troppo dispiacere (un pochino, sí, però; cosí mi manderai subito le lettere, senza annunziarmele prima e farmi pensare sempre che saranno andate perdute). Hai visto che lungo giro ho fatto per dirti questa cosa semplicissima? e quante storie ho spolverato? Sono cattivo, proprio cattivo. Ma come tu non capisci che io spesso voglio scherzare e mi rispondi seria seria? Sai quanto ho riso quando mi hai risposto proprio con tutta serietà a proposito delle fotografie che mi sono
portato in cella? Cosí per il tuo confondere i due santi Antonio; anch’io scherzavo. Un’altra cosa non hai capito. Tu, proprio tu (e come hai dimenticato?) mi avevi scritto che non dovevo pensare (per il fatto che non ricevevo tue lettere) che mi volessi meno bene o mi avessi dimenticato. E io ti ho risposto che se avessi pensato ciò, non ti avrei piú scritto, come ho fatto talvolta nel passato, non già perché io abbia «sempre bisogno di essere amato, curato ecc. ecc.» (o psicologia da… società protettrice degli animali!) ma perché odio tutto ciò che è convenzionale e sente di pratica di ufficio.
Io non sono un afflitto che debba essere consolato; e non lo diventerò mai. Anche prima di essere cacciato in prigione, conoscevo l’isolamento e sapevo trovarlo anche in mezzo alle moltitudini. Non è questo, non è ciò che tu hai pensato. Proprio il contrario è vero. Una tua lettera, mi riempie
parecchie giornate. Se tu potessi vedermi quando ricevo una lettera, certo me ne scriveresti una al giorno (ma ciò sarebbe male, a sua volta). Ma basta di tutto ciò. Intanto questa settimana non posso scrivere a Giulia. Sai, il tuo pacco è giunto e ho visto le bellissime cose che mi hai spedito: ma solo
il cioccolato mi fu dato. Non è però escluso che anche il resto mi venga consegnato: occorre fare una pratica che è già in corso. Il cioccolato è molto buono: lo mangio a pezzettini, per via dei denti (ecco una cosa che ti interessa: mi hanno dato il cioccolato ma non la carta colorata dell’involucro appunto perché può servire a tingere: la palla però ha un colore naturale di carta pesta che va molto bene ora che è completamente asciugata). L’indirizzo di mia madre è questo: Peppina Gramsci,
Ghilarza (Cagliari); le scrivo oggi stesso annunziandole la fotografia. Riceverai (a quanto mi assicurano) un pacco di uva di Pantelleria per Delio e Giuliano; vedrai che uva meravigliosa; altro che lo zibibbo greco! Ti dò il permesso di mangiarne un po’ per accertartene. Giulia sarà molto
contenta e Delio vorrà mangiarla tutta subito. Ti assicuro che quest’uva mi ha stupito per il profumo, il sapore e la carnosità della sua polpa secca. Cara Tania, non andare troppo in collera; ti voglio molto, molto bene e sarei proprio disperato di procurarti un dispiacere troppo vivace. Ti abbraccio.
Antonio

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