lettera n° 31 : 2 maggio 1927 : a Giulia

novembre 17, 2009

Carissima Giulia,
credo sia piú salutare per la mia corrispondenza il non mantenere la promessa che ti avevo fatto di descriverti almeno la parte positiva della mia avventura. Ciò mi dispiace enormemente, credi, perché ho sempre l’ossessione di essere per essere ridotto ad una epistolografia convenzionale e, ciò che è il peggio del convenzionalismo, ad una epistolografia convenzionalmente carceraria.
Avrei avuto tante piccole storie da raccontarti! Tania ti ha riferito la storia dell’arresto del maiale?
Forse no, perché Tania non ci ha creduto; ha creduto che fosse una mia pura invenzione per tenerla allegra e farla sorridere. Del resto, anche tu non crederai molto a queste storie (occhiali verdi ecc.) che invece sono belle appunto perché sono vere (realmente vere): non hai voluto credere neppure alla storia degli aeroplani che prendono gli uccelli col vischio e alla teoria del Loria in proposito, sebbene ci fosse la rivista con l’articolo del Loria come pezza giustificativa. Come farti sapere il mio modo di vivere e di pensare? Una gran parte della mia esistenza puoi immaginarla da te; per esempio che penso molto a te e a tutti voi. La mia vita fisica è facilmente immaginabile lo stesso.
Leggo molto: in questi tre mesi ho letto 82 libri della Biblioteca del carcere, i piú bizzarri e stravaganti (la possibilità di scelta è piccolissima); ho poi una certa quantità di libri miei, un po’ piú omogenei, che leggo con piú attenzione e metodo. Inoltre leggo cinque giornali al giorno e qualche
rivista. Ancora: studio il tedesco e il russo e imparo a memoria nel testo una novella di Puškin, la Signorina-contadina. Ma, in verità, mi sono accorto che, proprio al contrario di quanto avevo sempre pensato, in carcere si studia male, per tante ragioni, tecniche e psicologiche.
Ho ricevuto, la settimana scorsa, la tua lettera del 15 III. Attendo con molta ansia le tue lettere e sono molto felice quando le ricevo. Vorrei che tu potessi trovare il tempo di descrivermi la tua vita e la vita di Delio, specialmente. Ma immagino quanto devi essere sempre occupata. Quante
cose vorrei sapere.
Sai, quando ho ricevuto questa tua lettera, dove parli del famoso Atlante, avevo solo qualche giorno prima restituito alla Biblioteca il Guerrin Meschino, un popolarissimo romanzo cavalleresco italiano, molto letto dai contadini ecc., meridionali specialmente; avrei voluto
trascrivere qualche pezzo geografico contenuto nel romanzo, dei più spassosi (la Sicilia è messa nelle terre polari, per esempio) per rassicurarti che c’è stato qualcuno che conosceva la geografia anche meno di te; non parliamo della storia, perché in tal caso bisognerebbe citare il sullodato prof. Loria, il quale in una conversazione parlava in modo da dimostrare di credere che al tempo di Giulio Cesare esisteva Venezia e a Venezia si parlava come adesso («il dolce dialetto della Laguna» secondo la sua immaginifera improntitudine). Cara, cerco di scriverti il piú a lungo che
posso, di cose che credo non faranno fermare la lettera: perciò ti devo infastidire con simili stupidaggini. Ti abbraccio forte forte
Antonio

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