lettera n° 40 : 8 agosto 1927 : a Tatiana

novembre 27, 2009

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 28 luglio e la lettera di Giulia. Non avevo ricevuto lettere dopo l’11 luglio ed ero in grande pena, tanto che ho fatto qualcosa che a te sembrerà una sciocchezza: non te la voglio dire, però, te la dirò quando verrai a colloquio. Mi dispiace che tu ti senta moralmente stanca. Mi dispiace tanto piú, perché sono persuaso di avere contribuito a deprimerti.
Cara Tania, ho sempre un grande timore che tu stia peggio di quanto mi scrivi e che ti possa trovare in qualche imbarazzo. Per causa mia. È questo uno stato d’animo che niente può distruggere. È radicato in me. Sai che nel passato io ho sempre fatto una vita da orso nella caverna proprio per
questo stato d’animo: perché non volevo che nessuno fosse legato alle mie traversie. Ho cercato di farmi dimenticare anche dalla mia famiglia, scrivendo a casa il meno possibile. Basta! Vorrei fare qualcosa per farti sorridere almeno. Ti racconterò la storia dei miei passerotti. Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (una blatta o un millepiedi). Il primo passerotto era molto piú simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa. Il primo divenne subito padrone della cella. Credo che avesse uno spirito eminentemente goethiano, come ho letto in una biografia a proposito dell’uomo biografato. Ueber allen Gipfeln. Conquistava tutte le
cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporarne la sublime pace.
Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo; e perciò una volta cadde in un recipiente pieno dei rifiuti della caffettiera e fu lí lí per affogare. Ciò che mi piaceva in questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la
mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso è che la sua relativa famigliarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiarle danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la
danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose. Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò piú, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma
non si lasciò mai prendere in mano senza rivoltarsi e cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso, di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato
destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo morí. L’attuale passero invece è di una domesticità nauseante; vuole essere imboccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene
sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni: se avesse le ali intiere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi oltre al fatto che il mangiare
sempre pane mollo deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate. Ed ecco la storia dei miei passerini.
Scriverai tu a Giulia anche per me, è vero? Ho pensato di scriverle direttamente; che te ne pare. Sarebbe lo stesso, ma come fare a scrivere ogni settimana a te e a Giulia separatamente? Tutta la mia corrispondenza sarebbe impegnata; d’altronde io voglio scrivere a te ogni settimana.
Cara Tania, ti voglio tanto bene e ti abbraccio
Antonio

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