Carissima Giulia,
credo sia piú salutare per la mia corrispondenza il non mantenere la promessa che ti avevo fatto di descriverti almeno la parte positiva della mia avventura. Ciò mi dispiace enormemente, credi, perché ho sempre l’ossessione di essere per essere ridotto ad una epistolografia convenzionale e, ciò che è il peggio del convenzionalismo, ad una epistolografia convenzionalmente carceraria.
Avrei avuto tante piccole storie da raccontarti! Tania ti ha riferito la storia dell’arresto del maiale?
Forse no, perché Tania non ci ha creduto; ha creduto che fosse una mia pura invenzione per tenerla allegra e farla sorridere. Del resto, anche tu non crederai molto a queste storie (occhiali verdi ecc.) che invece sono belle appunto perché sono vere (realmente vere): non hai voluto credere neppure alla storia degli aeroplani che prendono gli uccelli col vischio e alla teoria del Loria in proposito, sebbene ci fosse la rivista con l’articolo del Loria come pezza giustificativa. Come farti sapere il mio modo di vivere e di pensare? Una gran parte della mia esistenza puoi immaginarla da te; per esempio che penso molto a te e a tutti voi. La mia vita fisica è facilmente immaginabile lo stesso.
Leggo molto: in questi tre mesi ho letto 82 libri della Biblioteca del carcere, i piú bizzarri e stravaganti (la possibilità di scelta è piccolissima); ho poi una certa quantità di libri miei, un po’ piú omogenei, che leggo con piú attenzione e metodo. Inoltre leggo cinque giornali al giorno e qualche
rivista. Ancora: studio il tedesco e il russo e imparo a memoria nel testo una novella di Puškin, la Signorina-contadina. Ma, in verità, mi sono accorto che, proprio al contrario di quanto avevo sempre pensato, in carcere si studia male, per tante ragioni, tecniche e psicologiche.
Ho ricevuto, la settimana scorsa, la tua lettera del 15 III. Attendo con molta ansia le tue lettere e sono molto felice quando le ricevo. Vorrei che tu potessi trovare il tempo di descrivermi la tua vita e la vita di Delio, specialmente. Ma immagino quanto devi essere sempre occupata. Quante
cose vorrei sapere.
Sai, quando ho ricevuto questa tua lettera, dove parli del famoso Atlante, avevo solo qualche giorno prima restituito alla Biblioteca il Guerrin Meschino, un popolarissimo romanzo cavalleresco italiano, molto letto dai contadini ecc., meridionali specialmente; avrei voluto
trascrivere qualche pezzo geografico contenuto nel romanzo, dei più spassosi (la Sicilia è messa nelle terre polari, per esempio) per rassicurarti che c’è stato qualcuno che conosceva la geografia anche meno di te; non parliamo della storia, perché in tal caso bisognerebbe citare il sullodato prof. Loria, il quale in una conversazione parlava in modo da dimostrare di credere che al tempo di Giulio Cesare esisteva Venezia e a Venezia si parlava come adesso («il dolce dialetto della Laguna» secondo la sua immaginifera improntitudine). Cara, cerco di scriverti il piú a lungo che
posso, di cose che credo non faranno fermare la lettera: perciò ti devo infastidire con simili stupidaggini. Ti abbraccio forte forte
Antonio

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Carissima Tania,
ho ricevuto insieme una tua cartolina del 15 aprile e una lettera di Giulia, spedita da te il 20; ho ricevuto inoltre una tua cartolina del 26 aprile, nella quale accenni a un tuo scritto che non ho ricevuto. Era forse contenuto nella busta che conteneva la lettera di Giulia? O si tratta di altra busta
che conteneva oltre al tuo scritto anche qualche scritto di Giulia? O era solo una cartolina? Credi che la corrispondenza mi preme molto: è il solo legame che mi unisce al mondo ed è ciò che rompe di tanto in tanto la mia segregazione e il mio isolamento. Vorrei che tu numerassi sempre 1° le tue
cartoline 2° le tue lettere, 3° le lettere di Giulia con numerazioni indipendenti, in modo che io veda subito se c’è stata interruzione e di che carattere e grado essa sia stata. Per ciò che riguarda le mie lettere, tu puoi facilmente controllare settimana per settimana; ci può essere spostamento solo nel caso che mi cambino di raggio e che nel nuovo raggio il giorno della corrispondenza sia diverso dall’attuale o che io cada talmente ammalato da non poter scrivere (nel quale caso penso sia
autorizzato un telegramma). Mi dispiace che non abbia ricevuto la mia lettera dell’11 aprile, perché ciò significa che tutta una certa zona di ricordi e di impressioni deve essere bandita; non ricordo neppure con esattezza cosa inoltre quella lettera contenesse. Pazienza. Sai? Ho potuto avere i tuoi dolci (martedí, 26) e ti ringrazio ancora una volta; erano freschissimi e ottimi anche dal punto di vista dei miei poveri denti. Anch’io vorrei mandarti un regalo, ma non so come fare. Ho, con
infinita pazienza, fabbricato un piccolo tagliacarte di legno. Il legno non è certo di prima qualità (tutt’altro), non ha neanche le fibre molto resistenti e compatte, ma l’oggettino mi pare riuscito abbastanza bene; e poi, ho raschiato per più di 15 giorni per ridurlo alla forma voluta, e vi ho
immagazzinato qualche centinaio di lire di salario, a dir poco. In ogni caso, tu sai che ho a tua disposizione un piccolo tagliacarte. Ciò mi fa ricordare la storia dei manichini per il cucchiaio e la forchetta di corno, che ne sono sempre sprovvisti; la forchetta l’adopero abitualmente, anche senza manico: non cosí il cucchiaio, che mi spaventa con la sua mole e mi dà soggezione. Adopero invece gli altri due cucchiai di legno, di proporzioni modeste, uno per la minestra e l’altro per la frutta cotta
(che non riesco però a farmi mandare regolarmente); cosí non adopero mai i due cucchiaini di corno, ma solo i due di legno che sono diventati nerissimi per il caffè. Dovrei ancora a questo proposito accennarti alla quotidiana tragedia della lavatura ed asciugatura delle posate, ma
preferisco passarci sopra.
— Ed ecco che ti ho proprio scritto una lettera in perfetto stile carcerario.
La volta o le volte prossime ti scriverò di cose ben piú gentili: il canto degli augelletti al tramonto e all’alba, il rapido germogliare dei fagioli e dei giaggioli nel cortile dove prendo l’aria ogni mattina, i mutamenti di luminosità nella mia cella a seconda della posizione del sole sull’orizzonte, ecc. ecc.
Non ho trovato ancora nessun ragno da educare; topi non ce ne sono e la restante zoologia non è delle piú simpatiche. Del resto, niente di interessante o di nuovo. Ti abbraccio
Antonio
Mi pare che nella lettera dell’11 ti domandavo se quest’anno frequenti le lezioni del Policlinico e se leggi ancora dei romanzi d’avventura: hai avuto la continuazione del romanzo marinaresco di Kipling che io dovevo comprarti proprio quando fui arrestato?

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 12 e mi sono proposto freddamente, cinicamente, di farti arrabbiare. Lo sai che sei una grande presuntuosa? Te lo voglio dimostrare obbiettivamente e mi diverto già immaginando la tua collera (non andare troppo in collera, però; ciò mi dispiacerebbe).
Che la lettera mandatami ad Ustica fosse tutta sbagliata, è certo; ma tu non ne puoi essere ritenuta responsabile. È impossibile immaginare la vita di Ustica, l’ambiente di Ustica, perché è assolutamente eccezionale, è fuori di ogni esperienza normale di umana convivenza. Potevi tu immaginare cose come questa; senti. Io sono giunto ad Ustica il 7 dicembre, dopo 8 giorni di
interruzione nell’arrivo del vaporetto e dopo 4 traversate fallite. Ero il quinto confinato politico che giungeva. Fui avvisato subito di farmi una provvista di sigarette, perché la scorta era agli sgoccioli;
andai dal tabaccaio e domandai 10 pacchetti di macedonia (16 lire), mettendo sul banco un biglietto da cinquanta lire. La venditrice (una giovane donna, dall’apparenza assolutamente normale) si maravigliò della mia domanda, se la fece ripetere, prese i dieci pacchetti, li aprí, incominciò a
contare le sigarette una ad una, perse il conto, ricominciò, prese un foglio di carta, fece dei lunghi conti colla matita, li interruppe, prese le cinquanta lire, le guardò da ogni parte; finalmente mi domandò chi ero. Saputo che ero un confinato politico, mi consegnò le sigarette e mi restituí le 50 lire, dicendomi che l’avrei potuta pagare dopo aver cambiato il biglietto. Lo stesso fatto si ripeté altrove ed eccone la spiegazione: — ad Ustica esiste solo l’economia del soldo; si vende a soldi; si spende mai piú di 50 cent. Il tipo economico di Ustica è il coatto, che prende 4 lire al giorno, ne ha
già impegnate 2 dall’usuraio o dal vinaio e si alimenta con le altre 2, comprando 300 grammi di pasta e mettendoci come condimento un soldo di pepe macinato. Le sigarette si vendono una per volta; una macedonia costa 16 centesimi, cioè tre soldi e un centesimo; il coatto che compra una
macedonia al giorno, lascia un soldo di deposito e ne sconta 1 cent. al giorno per 5 giorni. Per calcolare il prezzo di 100 macedonie, occorreva dunque fare 100 volte il calcolo dei 16 centesimi (3 soldi più i cent.) e nessuno può negare che questo sia un calcolo discretamente difficile e complicato. Ed era la tabaccaia, cioè uno dei commercianti piú grossi dell’isola. Ebbene: la
psicologia dominante in tutta l’isola è la psicologia che può avere per base l’economia del soldo, l’economia che conosce solo l’addizione e la sottrazione delle singole unità, l’economia senza la tavola pitagorica. Senti quest’altra (e ti parlo solo di fatti accaduti a me personalmente; e ti parlo dei
fatti che credo non siano passibili di censura): venni chiamato negli uffici, dall’impiegato addetto alla revisione della posta in arrivo; mi fu consegnata una lettera, a me diretta e mi fu domandato di dare spiegazioni sul contenuto di essa. Un amico mi scriveva da Milano, offrendomi un apparecchio radiofonico e domandandomi i dati tecnici per acquistarlo almeno della portata Ustica- Roma. In verità non capivo la domanda che mi si faceva all’ufficio e dissi di che si trattava; credevano che io volessi parlare con Roma e mi fu negato il permesso di far venire l’apparecchio.
Piú tardi il podestà mi chiamò per conto suo, e mi disse che il Municipio avrebbe comprato l’apparecchio per conto proprio e perciò non insistessi; il podestà era favorevole a che mi fosse dato il permesso, perché era stato a Palermo e aveva visto che coll’apparecchio radiofonico non si può
comunicare. Potevi tu immaginare tutto questo? No. Dunque nella mia osservazione non c’era neanche l’ombra di una malizia sul tuo conto. Non si può domandare a nessuno di immaginare cose nuove; si può invece domandare (dico cosí per dire) l’esercizio della fantasia per completare sugli
elementi noti tutta la realtà vivente. Ecco dove voglio colpirti e farti arrabbiare. Tu, come tutte le donne in generale, hai molta immaginazione e poca fantasia e ancora, l’immaginazione in te (come nelle donne in generale) lavora in un solo senso, nel senso che io chiamerei (ti vedo fare un salto)…
protettore degli animali, vegetariano, infermieristico: le donne sono liriche (per elevarci un po’) ma non sono drammatiche. Immaginano la vita degli altri (anche dei figli) dal solo punto di vista del dolore animale, ma non sanno ricreare con la fantasia tutta un’altra vita altrui, nel suo complesso, in
tutti i suoi aspetti. (Bada che io constato, non giudico, né oso trarre conseguenze per l’avvenire; descrivo ciò che esiste oggi). Ecco dove volevo arrivare. Tu sai che io sono qui, in prigione, in uno spazio limitato, dove mi «devono» mancare tante cose; pensi al bagno, agli insetti, alla biancheria
ecc. Se io ti scrivessi che mi manca uno speciale dentifricio, per esempio, certo tu saresti capace di correre su e giú per Roma, di trascurare il pranzo e la cena, di farti venire la febbre; ne sono sicuro.
Ma invece tu mi scrivi annunziandomi una lettera di Giulia; poi mi riscrivi annunziandomene un’altra; poi ricevo una tua lettera (e le tue lettere mi sono molto care), ma non ricevo le lettere di Giulia e ancora non le ho ricevute. Ebbene, tu non sai rappresentarti la mia esistenza, qui in
prigione. Non immagini come io, ricevendo l’annunzio, aspetti ogni giorno e abbia ogni giorno una delusione e ciò si ripercuote su tutti i minuti di tutte le ore di tutte le giornate; come io legga e ogni momento salti su dalla lettura e mi metta a passeggiare su e giú e pensi e ripensi e almanacchi e
dica spesso: Ah, quella Tania, quella Tania! Ma non devi arrabbiarti troppo sai, e non devi neanche provare troppo dispiacere (un pochino, sí, però; cosí mi manderai subito le lettere, senza annunziarmele prima e farmi pensare sempre che saranno andate perdute). Hai visto che lungo giro ho fatto per dirti questa cosa semplicissima? e quante storie ho spolverato? Sono cattivo, proprio cattivo. Ma come tu non capisci che io spesso voglio scherzare e mi rispondi seria seria? Sai quanto ho riso quando mi hai risposto proprio con tutta serietà a proposito delle fotografie che mi sono
portato in cella? Cosí per il tuo confondere i due santi Antonio; anch’io scherzavo. Un’altra cosa non hai capito. Tu, proprio tu (e come hai dimenticato?) mi avevi scritto che non dovevo pensare (per il fatto che non ricevevo tue lettere) che mi volessi meno bene o mi avessi dimenticato. E io ti ho risposto che se avessi pensato ciò, non ti avrei piú scritto, come ho fatto talvolta nel passato, non già perché io abbia «sempre bisogno di essere amato, curato ecc. ecc.» (o psicologia da… società protettrice degli animali!) ma perché odio tutto ciò che è convenzionale e sente di pratica di ufficio.
Io non sono un afflitto che debba essere consolato; e non lo diventerò mai. Anche prima di essere cacciato in prigione, conoscevo l’isolamento e sapevo trovarlo anche in mezzo alle moltitudini. Non è questo, non è ciò che tu hai pensato. Proprio il contrario è vero. Una tua lettera, mi riempie
parecchie giornate. Se tu potessi vedermi quando ricevo una lettera, certo me ne scriveresti una al giorno (ma ciò sarebbe male, a sua volta). Ma basta di tutto ciò. Intanto questa settimana non posso scrivere a Giulia. Sai, il tuo pacco è giunto e ho visto le bellissime cose che mi hai spedito: ma solo
il cioccolato mi fu dato. Non è però escluso che anche il resto mi venga consegnato: occorre fare una pratica che è già in corso. Il cioccolato è molto buono: lo mangio a pezzettini, per via dei denti (ecco una cosa che ti interessa: mi hanno dato il cioccolato ma non la carta colorata dell’involucro appunto perché può servire a tingere: la palla però ha un colore naturale di carta pesta che va molto bene ora che è completamente asciugata). L’indirizzo di mia madre è questo: Peppina Gramsci,
Ghilarza (Cagliari); le scrivo oggi stesso annunziandole la fotografia. Riceverai (a quanto mi assicurano) un pacco di uva di Pantelleria per Delio e Giuliano; vedrai che uva meravigliosa; altro che lo zibibbo greco! Ti dò il permesso di mangiarne un po’ per accertartene. Giulia sarà molto
contenta e Delio vorrà mangiarla tutta subito. Ti assicuro che quest’uva mi ha stupito per il profumo, il sapore e la carnosità della sua polpa secca. Cara Tania, non andare troppo in collera; ti voglio molto, molto bene e sarei proprio disperato di procurarti un dispiacere troppo vivace. Ti abbraccio.
Antonio

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita.
Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante qualche sua capestreria del passato e credo anche che sia piú solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa.
Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del «pollaio»; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che
vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perché quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!).
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti
ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di
domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste
bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa
grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e
sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. Intanto scrivimi e fammi scrivere dagli altri: mandami tante notizie di Ghilarza, di Abbasanta, di Boroneddu, di Tadasuni, di Oristano.
Zia Antioga Putzulu, vive ancora? E chi è il podestà? Felle Tariggia, credo. E Nassi cosa fa? E gli zii di Oristano vivono ancora? Zio Serafino sa che ho dato nome Delio al mio bambino? E l’ospedaletto l’hanno finito? E le case popolari a Careddu le hanno continuate?
Vedi quante cose voglio sapere. E si parla, come penso, di unire Ghilarza ad Abbasanta? senza che gli abbasantesi insorgano in armi? E il bacino del Tirso serve finalmente a qualche cosa?
Scrivimi, scrivimi e mandami le fotografie specialmente dei bambini. Baci a tutti e tanti tanti a te
Nino
E Grazietta perché non mi scrive neanche un rigo?

Mia carissima Julca,
riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual’è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti marine ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica. Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene.
Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo! Saluta tutti i tuoi. Ti voglio molto bene.
Antonio
Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.

Cara Tania,
ho ricevuto il tuo bigliettino del 4 aprile, con le due lettere di Giulia; non ho ancora ricevuto le altre lettere che annunzi. Ho passato la Pasqua attendendo i tuoi saluti, ma non ho ricevuto nulla (ti ricordi? mi scrivesti che mi mandavi al carcere di Roma varie cose supplementari, perché
ognuna di esse era come un tuo saluto). Ti assicuro però che ciò non mi ha fatto dispiacere; ero quasi sicuro che non saresti riuscita, proprio per il giorno di Pasqua, a inviarmi i dolci. Quando ti scrissi era troppo tardi, dato l’ingorgo postale che si verifica in tali occasioni e penso che se anche
arriva qualcosa dopo il giorno regolamentare, non sarà trasmesso. Pazienza. Un altro giorno regolamentare è quello dello Statuto (prima domenica di giugno): te lo rivelo dopo un lungo ragionamento pro e contro. Il ragionamento si è concluso cosí: sarà un bellissimo epigramma se io festeggerò il giorno dello Statuto! Perciò conto sui tuoi dolci, per allora; hai tutto il tempo per pensarci, scegliere, confezionare, ecc. ecc. Non preoccuparti troppo della scelta. Mi piacciono tutte le qualità, purché non siano troppo dolci. Ieri (Pasqua) ho acquistato due etti di datteri pasquali e una colomba di biscotto; ma i datteri non li ho potuti mangiare perché mi hanno provocato un grande dolore alle gengive. Mi sono deciso perciò a presentarmi al medico e farmi ordinare una
cura palliativa; ho pensato anche di farmi fare delle iniezioni in vista dei prossimi calori. Che te ne pare? Già l’inizio della buona stagione ha incominciato a produrmi dei disturbi. Non posso assolutamente mangiare la carne; il solo odore mi rivolta e mi dà la nausea. Cosí dormo meno di
prima; non piú di 3 ore ½. Non è insonnia nervosa, perché non sono agitato e non sogno: è insonnia pura e semplice. Perché te ne renda conto e possa consigliarmi te la descriverò. Vado a letto alle 7½ e alle 8½ potrei dormire. Ma se mi addormento alle 8½ mi sveglio a mezzanotte quando viene la visita e allora non mi riaddormento piú. Perciò mi sforzo di star sveglio fino alla visita delle 9, per addormentarmi dopo; mi addormento cosí verso le 10, non sento la visita di mezzanotte, ma quando viene la visita delle 3 sono già sveglio almeno da un’ora. Dunque non ho difficoltà ad addormentarmi, e ciò mi pare importante; ma non posso dormire che poco, e ciò mi lascia sempre un po’ stanco ed esaurito. Dormendo cosí dalle 10 all’1½ mi sento piú riposato che dormendo dalle 8½ a mezzanotte. Penso che le iniezioni mi possano giovare, stimolando l’appetito; se mangiassi di piú, forse dormirei di piú. Adesso che incomincia il bel tempo farò piú bagni: ci sono solo le doccie,
non c’è la vasca e quando faccio la doccia anche calda, sento poi un grandissimo freddo, anormale (devo ancora avere la temperatura del sangue sotto il normale almeno di 5 linee e ciò spiega tutto).
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Ricevo in questo momento la tua cartolina del 9 con la veduta del Trafoi. Brava!

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue cartoline del 31 marzo e del 3 aprile. Ti ringrazio per le notizie che mi mandi. Attendo la tua venuta a Milano; ma, ti confesso, non voglio contarci troppo. Ho pensato che non è molto piacevole continuare la descrizione, intrapresa nella scorsa lettera, della attuale mia vita. È meglio che volta per volta ti scriva ciò che mi salta in testa, senza un piano prestabilito. Lo scrivere mi è anche diventato un tormento fisico, perché mi dànno degli orribili pennini, che grattano la carta e domandano un’attenzione ossessionante alla parte meccanica dello scrivere.
Credevo di poter ottenere l’uso permanente della penna e mi ero proposto di scrivere i lavori ai quali ti ho accennato; non ho però ottenuto il permesso e mi dispiace insistere. Perciò scrivo solo nelle due ore e ½ o tre ore in cui si sbriga la corrispondenza settimanale (2 lettere); naturalmente non posso prendere appunti, cioè in realtà non posso studiare ordinatamente e con profitto. Leggicchio. Tuttavia il tempo passa molto rapidamente, piú di quanto pensassi. Sono trascorsi 5 mesi dal giorno del mio arresto (8 novembre) e due mesi dal giorno del mio arrivo a Milano. Non pare vero come tanto tempo sia trascorso. Bisogna però tener conto del fatto che in questi cinque mesi ne ho visto di tutti i colori e ho subito le impressioni piú strane e piú eccezionali della mia vita.
Roma: 8 novembre fino al 25 novembre; isolamento assoluto e rigoroso. 25 novembre: Napoli, in compagnia dei miei 4 compagni deputati fino al 29 (3, non 4, perché uno fu staccato a Caserta per le Trémiti). Imbarco per Palermo e arrivo a Palermo il 30. Otto giorni a Palermo: 3 viaggi per
Ustica a vuoto per il mare tempestoso. Primo contatto con gli arrestati siciliani per mafia: un mondo nuovo, che io conoscevo solo intellettualmente; verifico e controllo le mie opinioni in proposito, che riconosco abbastanza esatte. Il 7 dicembre, arrivo a Ustica. Conosco il mondo dei coatti: cose fantastiche e incredibili. Conosco la colonia dei beduini di Cirenaica, confinati politici: quadro orientale, molto interessante. Vita di Ustica. Il 20 gennaio, riparto. 4 giorni a Palermo.
Traversata per Napoli con criminali comuni. Napoli: conosco tutta una serie di tipi del piú alto interesse per me, che del Mezzogiorno fisicamente conoscevo solo la Sardegna. A Napoli, tra l’altro, assisto alla scena di iniziazione alla camorra: conosco un ergastolano (un certo Arturo) che mi
lascia una impressione indelebile. Dopo 4 giorni parto da Napoli; fermata a Cajanello, nella caserma dei carabinieri; conosco i miei compagni di catena, che verranno con me fino a Bologna. Due giorni a Isernia, con questi tipi. Due giorni a Sulmona. Una notte a Castellamare A., nella
caserma dei carabinieri. Ancora: due giorni con circa 60 detenuti. Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i romani improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, calabresi e siciliani
svolgono un’accademia di scherma del coltello secondo le regole dei 4 stati della malavita meridionale (lo Stato Siciliano, lo Stato Calabrese, lo Stato Pugliese, lo Stato Napoletano): Siciliani contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi. Non si fa la gara tra Siciliani e Calabresi, perché tra i due
Stati gli odii sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta. I Pugliesi sono i maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata secondo e per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma
senza dignità «statali», sconfigge tutti i campioni degli altri «stati»; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane, di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono e per ½ ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le scherme conosciute.
Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d’onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelava per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell’abito. Poi Bologna, due giorni, con altre scene; poi Milano. Certo questi 5 mesi sono stati movimentati e ricchi di impressioni per uno o due anni di rimuginamento. Questo ti spiega come passo il tempo, quando non leggo; ripenso a tutte queste cose, le analizzo capillarmente, mi ubbriaco di questo lavoro bizantino. Inoltre tutto diventa oltremodo interessante, di ciò che avviene intorno a me e che riesco a percepire. Certo mi controllo
assiduamente, perché non voglio cadere nelle monomanie che caratterizzano la psicologia dei detenuti; a ciò mi aiuta specialmente un certo spiritello ironico e pieno di umore che mi accompagna sempre. E tu cosa fai e a che pensi? Chi ti compra i romanzi d’avventura, ora che io
non ci sono? Sono persuaso che hai riletto le mirabili istorie di Corcoran e della sua amabile Lisotta.
Frequenti quest’anno le lezioni del Policlinico? Il professor Caronia, è lui che ha trovato il bacillo del morbillo? Ho visto le sue lamentevoli vicende; non ho capito dai giornali se il professor Cirincione è stato sospeso anch’egli. Tutto ciò è, almeno in parte, legato al problema della mafia
siciliana. È incredibile come i siciliani, dal piú infimo strato alle cime piú alte, siano solidali tra loro e come anche degli scienziati di innegabile valore corrano sui margini del Codice Penale per questo sentimento di solidarietà. Mi sono persuaso che realmente i siciliani fanno parte a sé; c’è piú somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano. Le accuse che i meridionali in genere muovono contro i siciliani sono terribili: li accusano persino di cannibalismo.
Non avrei mai creduto che esistessero tali sentimenti popolari. Penso che occorrerebbe leggere molti libri sulle storie degli ultimi secoli, specialmente sul periodo della separazione tra la Sicilia e il Mezzogiorno durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat a Napoli, per trovare l’origine di tali sentimenti. Sono entusiasta della cuffietta; dove sei riuscita a trovarla? Penso sia la cuffia di Orgosolo, rossa e bleu, che io non ero piú riuscito a trovare. La palla di cartapesta non si potrà mandare e cosí tu non potrai mandarmi la vernice: credo sia assolutamente impossibile, specialmente per la vernice, che può essere ritenuta un veleno, in linea di regolamento e domanderebbe tutta una serie di controlli molto complessi. Ecco, vedi; un altro oggetto di analisi
molto interessante: il regolamento carcerario e la psicologia che matura su di esso da una parte, e sul contatto coi carcerati, dall’altra, tra il personale di custodia. Io credevo che due capolavori (dico proprio sul serio) concentrassero l’esperienza millenaria degli uomini nel campo
dell’organizzazione di massa: il manuale del caporale e il catechismo cattolico. Mi sono persuaso che occorre aggiungere, sebbene in un campo molto piú ristretto e di carattere eccezionale, il regolamento carcerario, che racchiude dei veri tesori di introspezione psicologica. — Aspetto le
lettere di Giulia: credo che dopo averle lette, riuscirò a scriverle direttamente. Non credere che questa sia una fanciullaggine. Una notizia importante: da qualche giorno mangio molto; tuttavia non riesco a mangiare la verdura; ho fatto strenui sforzi, ora ho rinunziato perché mi rivolta in modo terribile. — Eppure, non riesco a dimenticare che forse tu verrai e che forse (ahimè!) potremo rivederci sia pure per qualche minuto. Ti abbraccio.
Antonio

Cara, cara Tania,
ho ricevuto, nella scorsa settimana, due tue cartoline (del 19 e del 22 marzo) e la lettera del 26. Sono molto spiacente di averti addolorato, penso anche che tu non hai capito bene il mio stato d’animo, perché non mi sono espresso bene e mi dispiace che tra noi possano formarsi degli
equivoci. Ti assicuro proprio che non mi ha mai neanche attraversato il dubbio che tu mi possa dimenticare o possa volermi meno bene; certamente se avessi pensato anche lontanamente a tal cosa, non ti avrei piú scritto del tutto; è sempre stato questo il mio carattere e per esso nel passato ho troncato molte vecchie amicizie. Potrei solo a voce spiegarti la ragione del nervosismo che mi aveva preso dopo due mesi che ero senza notizie; non tento neppure di farlo per lettera, per non cadere in altri equivoci altrettanto dolorosi. Oramai tutto è passato e non voglio piú neanche ripensarci. Da qualche giorno ho cambiato di cella e di raggio (il carcere è diviso in raggi) come risulta anche dall’intestazione della lettera; prima ero al 1° raggio, 13a cella; adesso sono al 2° raggio, 22a cella. La mia situazione, diciamo cosí, carceraria, mi pare migliorata. La mia vita
trascorre, però, su per giú, come prima. Te la voglio descrivere un po’ minutamente; cosí ogni giorno, potrai immaginare ciò che faccio. La cella è ampia come una stanzetta da studente: a occhio la calcolo tre metri per quattro e ½ e 3/½ d’altezza. La finestra dà sul cortile dove si prende l’aria:
non è una finestra regolare, naturalmente; è una cosidetta «bocca di lupo», con le sbarre all’interno; si può vedere solamente una fetta di cielo, non si può guardare nel cortile o lateralmente. La disposizione di questa cella è peggiore di quella precedente che era esposta a sud-sud-ovest (il sole si vedeva verso le 10 e alle 2 occupava il centro della cella con una striscia di almeno 6° cm.); nell’attuale cella, che deve essere esposta a sud-ovest-ovest, il sole si vede verso le due e sta in cella fin tardi, ma con una striscia di 25 cm. In questa stagione, piú calda, forse cosí andrà meglio.
Inoltre: l’attuale cella è posta sull’officina meccanica del carcere e si sente il rombo delle macchine; ma mi abituerò. La cella è molto semplice e molto complessa insieme. Ho la branda a muro con due materassi (uno di lana): la biancheria viene cambiata ogni 15 giorni circa. Ho un tavolino e un specie di comodino-armadio, uno specchio, un catino e una brocca di ferro smaltato. Possiedo molti oggetti di alluminio acquistati alla Rinascente che ha organizzato un reparto nel carcere. Possiedo
alcuni libri miei; ogni settimana ricevo in lettura 8 libri della biblioteca del carcere (doppio abbonamento). Perché ti faccia un’idea ti faccio la lista di questa settimana, che però è eccezionaleper la relativa bontà dei libri capitati:
— 1° Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli (ottimo); 2°
V. Alfieri, Autobiografia; 3° Molière, Commedie scelte, tradotte dal signor Moretti (traduzione ridicola); 4° Carducci, 2 v. delle opere complete (mediocrissimi, tra i peggiori del Carducci); 5° Artur Lévy, Napoleone intimo (curioso, apologia di Napoleone come «uomo morale»); 6° Gina
Lombroso, Nell’America meridionale (mediocrissimo); 7° Harnack, L’essenza del Cristianesimo; Virgilio Brocchi, Il destino in pugno, romanzo (fa spiritare i cani); Salvator Gotta, La donna mia (meno male che è sua, perché è noiosissima).
Al mattino mi levo alle 6½, alle 7 suonano la sveglia: caffè, toilette, pulizia della cella; prendo mezzo litro di latte e ci mangio un panino; alle 8 circa si
va all’aria, che dura 2 ore. Passeggio; studio la grammatica tedesca, leggo la Signorina contadina di Puškin e imparo a memoria una ventina di righe del testo. Compro «Il Sole», giornale industrialecommerciale,
e leggo qualche notizia economica (mi sono letto tutte le relazioni annuali delle Società per azioni); il martedí compro il «Corriere dei Piccoli» che mi diverte; il mercoledí la «Domenica del Corriere»; il venerdí il «Guerin Meschino», cosidetto umoristico. Dopo l’aria, caffè; ricevo tre giornali, «Corriere», «Popolo d’Italia», «Secolo» (adesso il «Secolo» esce al pomeriggio e non lo comprerò piú, perché non vale piú niente), che leggo; il pranzo arriva in ore disparate, dalle 12 alle 3; riscaldo la minestra (in brodo o asciutta), mangio un pezzettino di carne (se è di manzo, perché non riesco ancora a mangiare la carne di manzo), un panetto, un pezzetto di formaggio, la frutta non mi piace, e un quarto di vino. Leggo un libro, passeggio, rifletto su tante cose. Alle 4-4½ ricevo altri due giornali, la «Stampa» e il «Giornale d’Italia». Alle 7 ceno (la cena arriva alle 6), minestra, due uova crude, un ¼ di vino; il formaggio non riesco a mangiarlo. Alle 7½ suona il silenzio; vado a letto e leggo dei libri fino alle 11-12. Da due giorni, verso le 9 bevo una chicchera di camomilla. (Il seguito al prossimo numero, perché voglio scriverti d’altro).
1° Non ho bisogno di biancheria, ecc. Ne ho abbastanza e non saprei dove mettere altri oggetti. Le scarpe che ho sono buonissime; ho anche le tue pantofole. L’abito per adesso va bene, come abito carcerario. Ho il soprabitino che mi ha servito nei mesi freddi e adesso è già diventato
inutile. Ho tutti i tuoi cucchiai e cucchiaini, che mi hanno servito molto (anche senza manico), ho 6 o 7 pezzi di sapone, spazzole, spazzolini, pettine ecc, ecc. Non mi serve veramente nulla di essenziale. La tua venuta qui, il poterti vedere, sarebbe una grandissima cosa per me, puoi pensare!
Occorre però prima sapere se io rimarrò qui, primo; occorre esser sicuri che ti diano il permesso del colloquio, secondo. Devi ricordare che giuridicamente noi non siamo parenti, perché il matrimonio non è stato registrato in Italia; io giuridicamente sono celibe e tu non puoi dimostrare di essere mia cognata. Ti scrivo questo, perché sarebbe orribile per me se tu venissi e poi non potessi vedermi. Ti dico però che non è impossibile avere il colloquio; so che dei miei amici hanno avuto il colloquio
con le loro compagne non mogli giuridicamente, perché sarebbe impossibile per le cognate.
Bisogna parlare con un avvocato: a Milano bisognerebbe che tu ti rivolgessi all’Avv. Arys (Via Unione 1) il quale (come mi ha scritto Bordiga da Ustica) si è occupato per me. Cara Tania, come sarei contento di vederti; ma non devi scrivermi di ciò, altro che se hai già assicurata la possibilità di avere il colloquio; altrimenti soffrirei troppo della delusione. Ti abbraccio
Antonio

— Senti, cara, per la corrispondenza, stabiliamo cosí: io ti scrivo una lettera ogni lunedí (in questo raggio si scrive il lunedí); tu mi scrivi una lettera ogni settimana e in più due cartoline, anche illustrate, e mi mandi le lettere di Giulia. Sai; nuovamente l’idea della censura epistolare mi
toglie la spontaneità, come i primi tempi di Ustica. Spero di diventare «spudorato» come prima, ma ancora non ci riesco. Scrivi a Giulia che penso molto a lei e ai bambini, ma non riesco a scrivere,
proprio; scriverei come un emarginatore di pratiche e ciò mi fa orrore.

Carissima Teresina,
mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho cosí potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimí e cosí sarò
proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maurreddina: e Mimí a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo intorno ai tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correntemente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli
darete dei dispiaceri a questo proposito. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino piú lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una
lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo,
appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.
Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha incominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato
apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confondersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnarli anche a cantare: «Lassa sa figu, puzone», ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio nell’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: «Abbasso i frati, abbasso i preti», poi cantava in italiano: «Il sole mio sta in fronte a te» e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. Era diventato appassionato per la ricerca delle fragole nei boschi e voleva
andar sempre dietro agli animali. Il suo amore per gli animali veniva sfruttato in due modi: per la musica, in quanto si ingegnava a riprodurre sul pianoforte la gamma musicale secondo le voci degli animali, dall’orso baritonale all’acuto del pulcino e per il disegno. Ogni giorno, quando andavo da lui, a Roma, bisognava ripetere tutta la serie: primo bisognava mettere l’orologio a muro sul tavolo e fargli fare tutti i movimenti possibili; poi bisognava scrivere una lettera alla nonna materna con la
figura degli animali che lo avevano colpito nella giornata; poi si andava al piano e si faceva la sua musica animalesca, poi si giocava in vario modo.
Cara Teresina, hai osservato nella tua lettera che la prima mia lettera mandatavi da Roma, era piena di sconforto. Non credo di essere mai stato sconfortato come tu credi. Quella lettera la scrissi veramente in un brutto momento, relativamente; il giorno prima mi era stata comunicata la
misura dei cinque anni di confino di polizia e mi era stato detto che tra pochi giorni sarei partito per il Giúbaland, in Somalia. Certo in quella notte pensai parecchio alle mie possibilità fisiche di resistenza, che allora non avevo ancora potuto misurare e che valutavo poche; è possibile che nella lettera ci sia stato un riflesso di quegli stati d’animo. In ogni caso devi credere che, se pure allora potei avere, come tu dici, un po’ di sconforto, esso è passato rapidamente e non si è piú ripetuto.
Vedo tutto con molta freddezza e tranquillità e pur non facendomi illusioni puerili, sono fermamente convinto di non essere destinato a marcire in galera. Tu e gli altri dovete cercare di far stare allegra la mamma (dalla quale ho ricevuto una lettera alla quale non so come rispondere) e di assicurarla che la mia onorabilità e la mia rettitudine non sono affatto in quistione: io sono in carcere per ragioni politiche, non per ragioni di onorabilità. Credo proprio che avvenga l’inverso: se non tenessi alla mia onorabilità, alla mia rettitudine, alla mia dignità, se cioè fossi stato capace di avere una cosí detta crisi di coscienza e mutare d’opinione, non sarei stato arrestato e non sarei andato a Ustica, tanto per cominciare. Di questo dovete persuadere la mamma; mi preme molto.
Scrivimi e fammi scrivere da tutti: non ho piú visto neanche la firma di Grazietta; come sta?
Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini
Nino

Carissima Tania,
non ho ricevuto, in questa settimana, né cartoline né lettere tue; mi è stata invece recapitata la tua lettera del 17 gennaio (con la lettera di Giulia del 10) rispedita da Ustica. Cosí, in un certo senso e fino a un certo punto, sono stato abbastanza contento; ho rivisto i caratteri di Giulia (ma
come scrive poco questa ragazza e come sa bene giustificarsi col baccano che le fanno intorno i bambini!) e mi sono coscienziosamente studiato a memoria la tua lettera. Nella quale ho cominciato col trovare parecchi errori (studio anche queste piccole cose, sai, e ho avuto la impressione che questa tua lettera non sia stata pensata in italiano, ma tradotta in fretta e malamente e ciò vuol dire che eri stanca e stavi male e pensavi a me solo per un giro complicato; forse avevi appena allora ricevuto la notizia della grippe di Giulia e dei bambini), tra gli altri una confusione imperdonabile tra S. Antonio di Padova che ricorre nel mese di giugno e il S. Antonio comunemente chiamato del porco, che è proprio il mio santo, perché sono nato il 22 gennaio, e al quale tengo moltissimo per
tante ragioni di carattere magico. — La tua lettera mi ha fatto ripensare alla vita di Ustica, che certamente tu immaginavi molto diversa da quello che era realmente; in avvenire forse riprenderò a narrarti la mia vita di quei tempi, e allora ti farò un quadro di essa; oggi non ho voglia e mi sento un po’ stanco. Da Ustica mi sono fatto mandare le grammatichette e il Faust; il metodo è buono, ma domanda l’assistenza di un insegnante, almeno per chi inizia gli studi; per me invece è ottimo, in quanto devo solo rivedere le nozioni e devo specialmente fare esercizi. Mi sono anche fatto
mandare la Signorina-contadina di Puškin nell’edizione della Polledro: testo, traduzione letteraria e grammaticale e note. Studio a memoria il testo; la prosa di Puškin penso sia molto buona e perciò non temo di infarcirmi la memoria di spropositi stilistici. Questo metodo di imparare a memoria la prosa lo ritengo ottimo da ogni punto di vista.
Ho ricevuto, rispedita da Ustica, una lettera di mia sorella Teresina con la fotografia di suo figlio Franco, nato qualche mese dopo Delio. Mi pare non si rassomiglino affatto, mentre invece Delio rassomiglia moltissimo a Edmea. Franco non è ricciuto e deve essere castano o scuro; inoltre
Delio è certamente piú bello: Franco ha i lineamenti fondamentali troppo marcati di già, ciò che lascia prevedere un loro sviluppo verso la durezza e l’esagerazione; in Delio invece i lineamenti sono molto infantili, mentre è più marcata la serietà dell’espressione generale e una certa
malinconia che non è infantile per nulla e che dà molto da pensare. Hai mandato la sua fotografia a mia madre, come avevi promesso? Farai molto bene: la poveretta ha molto sofferto per il mio arresto e credo che soffra tanto piú in quanto nei nostri paesi è difficile comprendere che si può
andare in prigione senza essere né un ladro, né un imbroglione, né un assassino; essa vive in condizioni di spavento permanente fin dallo scoppio della guerra (tre miei fratelli erano al fronte) e aveva ed ha una frase sua: «i miei figli li macelleranno» che in sardo è terribilmente piú espressiva che in italiano: «faghere a pezza». «Pezza» è la carne che si mette in vendita, mentre per l’uomo si adopera il termine «carre». Non so proprio come consolarla e farle capire che io sto abbastanza
bene e non corro nessuno dei pericoli che ella immagina: è molto difficile ciò, perché ella sospetta sempre che le si voglia nascondere la verità e perché si orienta pochissimo nella vita attuale; pensa che non ha mai viaggiato, non è mai stata neanche a Cagliari e io sospetto ella ritenga una bella favola molte descrizioni che noi le abbiamo fatto.
Carissima Tania, non riesco proprio a scriverti, oggi; mi hanno ancora dato un pennino che gratta la carta e mi obbliga a un vero acrobatismo digitale. Attendo tue lettere. Ti abbraccio.
Antonio

Ho osservato che manca meno di un mese alla Pasqua. Ora devi sapere che la Pasqua è uno dei tre giorni dell’anno in cui si permette ai detenuti di mangiar dolci. Io voglio proprio mangiare dei dolci speditimi da te. Farai ancora a tempo a mandarmeli? Spero di sí.
Fammi sapere quante mie lettere hai ricevuto finora. La prima, che ti scrissi il 12 febbraio, so che non poté arrivarti.