lettera n° 106 : 6 agosto* 1928 : a Tatiana

febbraio 17, 2010

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 31 agosto e del 10 e 3 settembre dopo che ti avevo già scritto (– ti ho scritto il 27 agosto e ho spedito con raccomandazione; il 3 sett. tu non avevi ancora ricevuto questa mia lettera; tienimi informato perché io possa reclamare in caso di smarrimento –). Ho
domandato di scriverti questa lettera straordinaria per vedere di fermare l’alluvione di iniziative che d’improvviso tu hai scatenato. Ma che cosa ti è saltato in testa? Appena giunto a Turi ti ho scritto di «non inviarmi nulla che io prima non ti avessi richiesto». Il Direttore del carcere, in una udienza,
mi ha detto di aver sottolineato questa frase, per metterla piú in rilievo. Tu mi hai risposto che andava bene, che ti saresti attenuta a questa norma; perché poi hai mutato parere? Lo stesso si dica per l’affare di Soriano. Prima mi accenni alla cosa, assicurandomi che non avresti fatto nulla senza
il mio consenso preventivo; poi mi scrivi d’averne parlato al Ministero. Perché fai cosí? Oggi la collera mi è passata, perché ho ricevuto i 4 pacchi e ho dovuto, se non altro, ridere della tua amorevole ingenuità, ma ti assicuro che nei giorni scorsi sono stato proprio male. L’impossibilità di scriverti subito e di evitare a tempo qualche iniziativa catastrofica (come sarebbe di farmi viaggiare nelle condizioni in cui mi trovo) mi empiva di un vero furore, ti assicuro. Mi sembrava di essere doppiamente carcerato, poiché anche tu ti mettevi a non riconoscermi nessuna volontà, a ordinare la
mia vita come ti saltava in testa, senza voler ascoltare il mio parere, che pure sono in carcere, so cos’è, ne ho i segni dolorosi sulla pelle. Come puoi illuderti ancora di traduzioni straordinarie, nonostante tutte le promesse, quando hai visto ciò che mi è successo finora? Eppoi io non voglio
cambiare, in nessun modo, anche se mi traducessero in sleeping, perché sono contrario per principio a ogni cambiamento che non sia necessario e fatto a ragion veduta, molto veduta. Già a Milano abbiamo avuto, a questo proposito, uno scambio di opinioni un po’ vivace: tu mi avevi
promesso di non ricominciare. Ahimè! Cosí si dica per gli oggetti che mi mandi e che scrivi di volermi ancora mandare. Ho riso oggi, ma sai che c’è da diventar tristi a vedere ciò che tu credi io possa avere. Vuol dire che non immagini cosa sia il carcere, cioè che non riesci a formarti un
concetto esatto di quale sia la mia reale situazione. Tu credi che io sia in un pensionato o qualcosa di simile. Ora, io non posso avere nulla di mio, solo della biancheria e dei libri. Basta; hai capito?
Niente vestito, niente soprabito, ecc. ecc. Niente di metallo: neanche una scatoletta per la vasellina. Non devi proprio mandarmi nulla che io non ti abbia prima domandato e non devi prendere nessuna
iniziativa che prima non abbia avuto la mia esplicita approvazione. Senza eccezioni di sorta. Altrimenti tu mi aggraverai il carcere invece di alleviarmelo. Fa invece ciò che io ti domando. 1° Ancora non ricevo regolarmente le riviste dalla Libreria. 2° Invece di mandarmi una grammatica tedesca per gli italiani, mi hai mandato una grammatica italiana per i tedeschi (proprio cosí). 3° I miei libri ad Ustica sono stati raccolti da Virginio Borioni (confinato politico). 4° Non so se hai scritto all’avv. Ariis per i libri che ho lasciato a Milano. – Basta. Non arrabbiarti troppo neppure tu per ciò che ti ho scritto: so bene che tutto ciò che hai fatto lo hai fatto per ciò che credevi il mio bene. D’altronde non dubitare: se ho bisogno di qualcosa, ti scriverò. Per esempio: puoi mandarmi qualche pacchetto di sigarette Giubek o Macedonia-Esportazione. Mandami una dozzina delle
cosidette «fave americane» che servono a profumare il tabacco (si vendono nelle farmacie). Mandami pure qualche traduzione dal russo (ediz. Slavia) e la Letteratura del Lo Gatto. Ti abbraccio teneramente, ma non farmi piú arrabbiare. Credi che ho una volontà razionale e che ciò che faccio lo faccio dopo averci pensato molto, molto.
Antonio

* Leggi settembre.

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