Carissimo Berti,
ho ricevuto con un certo ritardo la tua lettera del 25 novembre. Sapevo che un gruppo di confinati era stato inviato a Palermo in carcere, ma ignoravo l’imputazione precisa; credevo si trattasse di un processo disciplinare dinanzi al pretore, trasportato a Palermo solo per la scarsa
capacità del carcere isolano. Beh! pazienza, caro Berti!
Avvocati ne conosco, su per giú, come te. Penso che avrai tempo per pensarci, se l’istruttoria andrà fino in fondo e ti imballeranno per Roma. Io, personalmente, non ho ancora pensato al grave problema, che mi fa alquanto ridere. Su per giú, farei anche a meno dell’avvocato, se non mi
divertisse in anticipo immaginare il suo discorso, ovverossia arringa, e se non seguissi il principio generale di non lasciar cadere nessuna possibilità legale. Il divertimento sarebbe massimo se potessi scegliere un qualche avvocato democratico massone dormiente, da mettere in cattiva postura e da fare arrossire; ma bisognerà, purtroppo, razionare i propri sollazzi (immagini, per esempio, la posizione di uno di quei tali avvocati che nel 1924-25 sostenevano e stampavano che noi eravamo d’accordo col governo, o giú di lì?)
Caro Berti, sta’ allegro; bada solamente alla tua salute fisica, per essere in grado di sostenere fermamente qualsiasi traversia.
Ti abbraccio fraternamente.
Antonio

Carissima Tania,
e cosí è passato anche il santo natale, che immagino quanto sia stato laborioso per te. In verità, io ho pensato alla sua straordinarietà solo da questo punto di vista, l’unico che mi interessasse. Di notevole non c’è stato che il fatto di una generale tensione degli spiriti vitali in tutto l’ambiente carcerario; il fenomeno poteva essere rilevato già in isvolgimento da tutta una settimana.
Ognuno aspettava qualcosa di eccezionale e l’attesa determinava tutta una serie di piccole manifestazioni tipiche, che nell’insieme davano questa impressione di uno slancio di vitalità. Per molti l’eccezione era una porzione di pasta asciutta e un quarto di vino che l’amministrazione passa
tre volte all’anno invece della solita minestra: ma che avvenimento importante è questo, tuttavia. Non credere che io me ne diverta o ne rida. L’avrei fatto, forse, prima di aver fatto l’esperienza del carcere. Ma ho visto troppe scene commoventi di detenuti che si mangiavano la loro scodella di minestra con religiosa compunzione, raccogliendo con la mollica di pane anche l’ultima traccia di unto che poteva rimanere attaccata alla terraglia! Un detenuto ha pianto perché in una caserma dei
carabinieri, dove eravamo di transito, invece della minestra regolamentare fu distribuita solo una doppia razione di pane; era da due anni in carcere e la minestra calda era per lui il suo sangue, la
sua vita. Si capisce perché nel Pater Noster è stato messo l’accenno al pane quotidiano.
Io ho pensato alla tua bontà e alla tua abnegazione, cara Tania. Ma la giornata è trascorsa un po’ come tutte le altre. Forse abbiamo chiacchierato di meno e letto di piú. Io ho letto un libriccino
di Brunetière su Balzac, una specie di penso per bambini cattivi. Ma non voglio affliggerti con questo argomento. Invece ti voglio raccontare un episodio quasi natalizio della mia fanciullezza, che ti divertirà e ti darà un tratto caratteristico della vita dalle mie parti.
Avevo quattordici anni e facevo la 3a ginnasiale a Santu Lussurgiu, un paese distante dal mio circa 18 chilometri e dove credo esista ancora un ginnasio comunale in verità molto scalcinato. Con un altro ragazzo, per
guadagnare 24 ore in famiglia, ci mettemmo in istrada a piedi il dopopranzo del 23 dicembre invece di aspettare la diligenza del mattino seguente. Cammina, cammina, eravamo circa a metà viaggio,
in un posto completamente deserto e solitario; a sinistra, un centinaio di metri dalla strada, si allungava una fila di pioppi con delle boscaglie di lentischi. Ci spararono un primo colpo di fucile in alto sulla testa; la pallottola fischiò a una decina di metri in alto. Credemmo a un colpo casuale e continuammo tranquilli. Un secondo e un terzo colpo piú bassi ci avvertirono subito che eravamo proprio presi di mira e allora ci buttammo nella cunetta, rimanendo appiattati un pezzo. Quando
provammo a sollevarci, altro colpo e cosí per circa due ore con una dozzina di colpi che ci inseguivano, mentre ci allontanavamo strisciando, ogni volta che tentavamo di ritornare sulla strada.
Certamente era una comitiva di buontemponi che voleva divertirsi a spaventarci, ma che bello scherzo, eh? Arrivammo a casa a notte buia, discretamente stanchi e infangati e non raccontammo la storia a nessuno, per non spaventare in famiglia, ma non ci spaventammo gran che, perché alle prossime vacanze di carnevale il viaggio a piedi fu ripetuto senza incidenti di sorta. Ed ecco che ti ho riempito quasi interamente le quattro paginette!
Ti abbraccio teneramente.
Antonio
Ma la storia è proprio vera; non è affatto una storia di briganti!

Carissima Tania,
ho avuto l’impressione, specialmente dall’ultimo colloquio, che si sia venuto creando tra noi un certo equivoco a proposito della mia corrispondenza. Mi è parso che tu, quando ne accenni, ti senta come impacciata, perché mi ritieni in preda a brutti pensieri o a preoccupazioni che io non voglio confessare. Vorrei distruggere radicalmente questo equivoco, rassicurandoti. È vero solo un fatto: che io esito a parlare e a scrivere delle cose mie piú intime per un ritegno che non riesco
assolutamente a vincere in presenza di terzi. Perciò, ai tuoi accenni, talvolta, in modo involontario e istintivo, taglio corto, con una certa bruschezza, che ti prego di non interpretare in un qualsiasi
cattivo senso. Cara Tania, mi dispiace di averti procurato, anche in questo, dei cattivi momenti di sconforto e di malinconia. Cosí almeno mi è sembrato di capire, riflettendo in cella sui tuoi atteggiamenti e sui moti del tuo viso.
Come trascorrerai le feste natalizie? Sono contento perché sarai in compagnia e potrai avere una qualche distrazione. Farete l’albero di natale? Io ho fatto l’ultimo albero di Natale nel 22, per far divertire Genia che non poteva ancora levarsi dal letto o per lo meno non poteva ancora camminare senza appoggiarsi alle pareti e ai mobili. Non ricordo bene se era levata; ricordo che l’alberetto era collocato sul tavolino accanto al letto ed era zeppo di cerini che furono accesi tutti simultaneamente
appena Giulia, che aveva tenuto un concerto per gli ammalati, rientrò nella camera, dove anch’io ero rimasto a far compagnia a Genia.
Cara Tania, vorrei consolarti, perché mi rimane l’impressione di un tuo stato d’animo addolorato e sconfortato; ti abbraccio teneramente
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto i seguenti volumi:
1° Calendario-Atlante De Agostini per il 1927; 2° Mario Sobrero, Pietro e Paolo; 3° Benedetto Croce, Storia della Storiografia italiana nel secolo XIX. Non ho ancora ricevuto i Sonetti del Pascarella, e i volumi di novelle di Cekhof e di Maupassant che mi hai annunziato fin dall’altro colloquio.
Il volume del Croce non è quello che io avevo indicato e che si intitola: Teoria e storia della storiografia; questo è in un solo tomo e costa 20 lire, mentre quello che ho ricevuto è in due tomi e costa 40 lire. È vero che i due lavori si integrano, in un certo senso, e conviene forse rileggerli
insieme, ma dal punto di vista «carcerario» quello da me ricevuto non è il migliore. L’altro contiene, oltre che una sintesi dell’intero sistema filosofico crociano, anche una vera e propria revisione dello
stesso sistema, e può dar luogo a lunghe meditazioni (ecco la sua utilità specifica «carceraria»). Se puoi procurarlo, te ne sarò grato. Bisogna che avverta il libraio che non ho mai ricevuto un volume ordinato già da parecchio tempo: Giulio Bertoni e Matteo Giulio Bartoli, Manualetto di Linguistica, stampato a Modena nel 1925, da un editore che non ricordo. Se è difficile da procurare, si può lasciar correre, perché ormai ho abbandonato il disegno di scrivere (per forza maggiore, data l’impossibilità di ottenere la disponibilità del materiale scrittorio) una dissertazione sul tema e dal titolo: «Questa tavola rotonda è quadrata», che penso, sarebbe diventata un modello per lavori intellettuali carcerari presenti e futuri. La quistione, purtroppo, rimarrà insoluta per un pezzo ancora e ciò mi procura un certo dispiacere. Ma ti assicuro che la questione esiste ed è già stata discussa e trattata in qualche centinaio di memorie accademiche e opuscoli polemici. E non è una piccola
quistione, se pensi che essa significa: «Che cosa è la grammatica?» e che ogni anno, in tutti i paesi del mondo, milioni e milioni di grammatiche vengono avidamente divorate da milioni e milioni di esemplari della razza umana, senza che gli infelici abbiano una coscienza esatta dell’oggetto che
divorano. Non voglio svilupparti, neanche schematicamente, le mie argomentazioni, perché lo spazio sarebbe insufficiente; senza contare la preoccupazione che queste argomentazioni, data la pubblicità relativa della mia corrispondenza, arrivino fino a qualche studente in cerca di temi per tesi dottorali di filologia e io sia defraudato della giusta fama che mi propongo di acquistare con le mie elucubrazioni.
Dunque se il libro è difficile da trovare, non importa insistere. Io avverto nel caso che esso mi sia stato inviato, sia andato smarrito e possa essere ricuperato.
Cara Tania, non devi impressionarti se qualche volta, durante il colloquio, mi vedi nervoso, inquieto e irrequieto. Penso che sia una conseguenza del fatto che in cella ci si abitua ai rumori smorzati e che il frastuono della
folla, con la nota dominante delle urla metalliche delle donne, metta addosso una irrequietudine nervosa spiacevole. Non devi pensare che io abbia la febbre o che sia preoccupato per altra ragione.
Ti abbraccio teneramente; vorrei baciarti le mani
Antonio

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 30 novembre, dopo quasi un mese che non ricevevo piú notizie.
Sarà bene che tu mi scriva o mi faccia scrivere almeno ogni 15 giorni; basterà anche solo una cartolina. Nella vita che io sono costretto a fare, l’assenza di notizie diventa qualche volta un vero tormento. — Non so piú cosa scriverti per consolarti e farti stare con l’animo tranquillo. Sulla
tranquillità del mio spirito non devi mai avere dei dubbi. Non sono un bambino né un bamboccio, ti pare? La mia vita è stata sempre regolata e diretta dalle mie convinzioni, che non erano certo né capricci passeggeri, né improvvisazioni del momento. Perciò anche il carcere era una possibilità da affrontare, se non come un divertimento leggero, come una necessità di fatto che non mi spaventava come ipotesi e non mi avvilisce come stato di cose reale. D’altronde, anche le mie condizioni di salute, che nei primi tempi mi preoccupavano un po’, oggi mi hanno rassicurato.
L’esperienza mi ha provato che sono molto piú forte, anche fisicamente, di quanto io stesso credessi; tutto ciò contribuisce a farmi vedere il prossimo futuro con freddezza e serenità. Vorrei che anche tu te ne convincessi.
Ho ricevuto notizie, buone abbastanza, dai bambini e da Giulia. Delio si sviluppa molto bene. A tre anni e 4 mesi è alto già un metro e gli è stretto un vestitino comprato a Roma per bambini di 5 anni; lo sviluppo intellettuale è parallelo a questo sviluppo fisico cosí promettente.
Se vuoi mandare un pacco a Tatiana, penso che sarà bene lo indirizzi alla signora presso la quale ella alloggia: — Signora Isabella Galli — Via Montebello, 7, Milano, — per il caso di una
partenza improvvisa per Roma, che diventa ogni giorno piú probabile. Il pacco, nella migliore delle ipotesi, data la strettezza del tempo e la grande quantità di pacchi che viaggiano in occasione delle prossime feste, potrà arrivare per Capodanno o per l’Epifania; perciò sarà bene non mandare cose che si deteriorano rapidamente.
Auguri vivissimi per le feste natalizie; spero che le trascorrerai senza tristezza, pensando che sicuramente riusciremo a festeggiare ancora molti natali insieme, mangiando molte teste di capretto al forno.
Ti abbraccio teneramente insieme agli altri di casa
Nino

Carissima Tania,
ricevo in questo momento la tua lettera del 28 novembre, con le notizie alle quali avevi accennato nel penultimo colloquio. Non ho voglia di scrivere; mi sento snervato per una lunga operazione di taglio dei capelli e della barba. Voglio però nuovamente rassicurarti e sul serio a
proposito del mio regime di cella; l’affare dei caffè e delle sigarette è certamente niente altro che uno scherzo. In verità sono morigeratissimo e io stesso debbo continuamente passare sopra alla modestia per ammirarmi; non bevo che tre caffè al giorno e non fumo piú di 15 sigarette. Non mi pare troppo e neppure molto. Potrei ridurre i caffè a due e le sigarette a 10 senza difficoltà e per le sigarette cercherò di farlo. Credi che si è trattato solo di una cosa scherzosa.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

Carissima Giulia,
sabato scorso Tania mi ha riferito a voce le notizie che ha ricevuto specialmente su Delio. Io attendo tue lettere e le fotografie; mi pare proprio che tutto debba essere cambiato, in modo tale che io non posso, senza una impressione visiva, rappresentarmi la realtà della fase attuale. Ti abbraccio.
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 17. XI.; mi pare che già al colloquio ti abbia detto tutto ciò che può avere riferimento con ciò che mi scrivi. La febbre mi è durata pochi giorni; era certamente dovuta a una leggera faringite, anch’essa sparita. Le mie condizioni generali di salute sono
enormemente migliorate. Per la prima volta, dopo molto tempo, trascorro intere giornate senza il minimo male di testa e al mattino mi levo dal letto veramente riposato, qualche volta persino con
una terribile voglia di fare ai pugni con qualcuno, ciò che spero non avrà nessuna conseguenza deleteria per l’integrità fisica del mio compagno di cella! Insomma, il cambiamento mi ha giovato assai; il nuovo cibo, preparato cristianamente dalla moglie di Tulli, ha avuto la virtú di sollecitare il mio appetito, che era stato mezzo assassinato dal permanente gusto di rigovernatura che caratterizzava il vitto della trattoria, come, del resto, caratterizza tutti i cibi di trattoria dell’universo.
Dormo di piú e mi pare di essere sulla buona via per diventare un perfetto filisteo, ciò che mi preoccupa assai, dato che leggo pochissimo e con spiccata tendenza per i romanzi di Ponson du Terrail. Attendo la lettera in cui hai promesso di riferirmi minutamente i mirabili progressi dello
sviluppo fisico di Delio.
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Carissima Giulia,
nel cortile, dove con altri detenuti vado a fare il passeggio regolamentare, è stata tenuta una esposizione di fotografie dei bambini rispettivi. Delio ha avuto un grande successo di ammirazione.
Da qualche giorno non sono più isolato, ma sto in una cella comune con un altro detenuto politico, che ha una graziosa e gentile bimbetta, di tre anni, che si chiama Maria Luisa. Secondo un costume sardo, abbiamo deciso che Delio sposerà Maria Luisa appena i due siano giunti all’età matrimoniale;
che te ne pare? Naturalmente attendiamo il consenso delle due mamme, per dare al contratto un valore piú impegnativo, sebbene ciò costituisca una grave deroga ai costumi e ai principi del mio paese. Immagino che tu sorrida e ciò mi rende felice; non riesco che con grande difficoltà a immaginarti sorridente.
Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto i libri seguenti: Francesco Crispi: I Mille; Broccardo, Gentile, ecc.: Goffredo Mameli e i suoi tempi; C. Maurras: L’«Action Française» et le Vatican.
Mi sono dimenticato, all’ultimo colloquio, di ringraziarti per il fazzolettino e di farti i dovuti complimenti. Le ochette mi paiono venute a maraviglia. Non ricordo se ti ho mai raccontato la storia dei fazzolettini ricamati da Genia; io mi divertivo un mondo a canzonarla, sostenendo che le rondini o gli altri ornamenti del ricamo erano sempre lucertole. E in verità tanto gli ornamenti che le cifre di quei fazzoletti avevano una spiccata tendenza ad assumere aspetti sauriani: Genia andava proprio in collera nel vedere misconosciuti i meriti dei suoi lavori donneschi. Devo riconoscere, in
perfetta lealtà, che i tuoi lavori sono invece molto ben riusciti e rinnovo i complimenti.
Vorrei scriverti a lungo sulla quistione dell’abito nuovo. Per me è una quistione completamente oziosa. Bisogna tener presente che il processo si terrà in un tempo relativamente prossimo e che dopo la condanna e l’invio a una casa di pena, l’amministrazione carceraria dà il vestito regolamentare da galeotto. È vero che il regolamento adopera a questo proposito una
formula alquanto vaga; dice press’a poco cosí: «Al detenuto saranno rasi i capelli e gli sarà fatta indossare la casacca, se del caso». Parrebbe che ci possano essere delle eccezioni. Ma io non ho nessuna prevenzione specifica contro la casacca e non farò pratiche speciali per essere una «eccezione». A che pro’ adunque farsi un vestito nuovo? Per il processo, poiché si potrebbe dire che l’attuale mia giacca è una esibizione «demagogica», metterò il vestito che ho al magazzino e che è in ordine abbastanza decente. Naturalmente non voglio litigare con te su un tale argomento e non
voglio neanche contrariarti; io parto da presupposti assolutamente utilitari, che possono essere corretti e modificati solo dalla preoccupazione di non contrariarti. Ti abbraccio teneramente
Antonio