Carissima Giulia,
ti saluto, insieme con Delio e Giuliano. E poiché spesso ci sono tanti ritardi prima che le mie lettere ti giungano sarà necessario che già da oggi mandi gli auguri per i prossimi cinque anni di Delio. In ogni modo, l’incarico degli auguri te lo do: tanti, tanti. Ricordi? Già cinque anni. E adesso Delio è già grande. Chissà che impressione ti fa vederlo crescere. Io lo ricordo nell’aprile ’25, quando aveva la coqueluche, e mi sembrava cosí infelice! Quando lo rividi nel ’26 mi sembrò un altro, assolutamente diverso. Adesso, stando ai limiti legali della mia condanna, lo dovrei rivedere quando avrà 23 anni e, con la fretta dei giovani, quando avrà già moglie e figli. Sarà ancora piú
diverso dall’aprile ’25. Scherzo. Ma penso che avrà figli, perché, se la città vuol difendersi dall’invasione della campagna e non perdere la sua egemonia storica, le nuove generazioni dovranno mutare i loro punti di vista sulla prolificità, specialmente da voi. Se la città cresce per immigrazione e non per la sua stessa forza genetica, potrà compiere la sua funzione dirigente o non
sarà sommersa, con tutte le sue esperienze accumulate, dalla conigliera contadina? Penso che la generazione di Delio dovrà porsi questo problema e che su questa base dovrà nascere una nuova etica sessuale piú elevata dell’attuale.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza;
avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore! – Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e
passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma.
D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato,
mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i
motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi
che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti. –
Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio,
le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni.
E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso.
Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia
domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato.
Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non
rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio? – Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di
Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura
russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e
con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi. – Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente
Antonio

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera del 21 febbraio, alla quale non potrei rispondere in altro modo che facendoti una carezza. Però… dopo averti accarezzato, vorrei aggiungere qualche cosa. Ciò che mi scrivi, io già lo sapevo, perché lo immaginavo. Capisci? Il tuo «Giappone» io sapevo che esisteva
alle tali e tali longitudini e latitudini, ecc. Ciò che mi sfugge, è come il «Giappone» si sviluppi, attraverso quali concrete forme di vita la sua esistenza si svolga. So troppo poco della tua vita e della vita dei bambini, e la mia fantasia, senza alimento, gioca nel vuoto. Forse è un’ossessione
determinata dalla vita del carcere, ma, insomma, la sento e non voglio nascondertela. Dalla fotografia mi sembra che tu sia stata male; tu stessa hai accennato che devi fare delle cure e che l’astenerti da certi medicinali ti nuoce. Ma piú di queste cose fuggevoli e vaghe io non so, e ciò
qualche volta mi ossessiona veramente. – Mi sono sempre dimenticato di scriverti che qualche mese fa è morto il maestro Domenico Alaleona, il tuo professore al conservatorio. È morto proprio male, nel peggiore momento della sua vita. Da un giornale letterario ho appreso questi particolari. Dopo la soppressione del «Mondo», di cui l’Alaleona era redattore, ordinario, egli passò, fresco, fresco, al «Lavoro d’Italia», recentemente soppresso anch’esso, e con altri ex redattori del «Mondo»
divenne un pezzo grosso del Sindacato degli artisti e scrittori fascisti; prima che morisse scoppiò uno scandaletto, poiché venne pubblicato che il «Lavoro d’Italia» aveva pagato 150.000 lire un romanzaccio d’appendice, scritto in cooperativa da 10 di questi scrittori, in maggioranza democratici fino al novembre 1926 e divenuti fascisti dopo le leggi eccezionali. I vecchi fascisti fecero un’offensiva in piena regola contro questi ultimi venuti e il governo sciolse l’organizzazione
degli artisti, licenziando l’Alaleona dal posticino che si era procurato. Una sua opera breve, in un atto, mi pare, aveva fatto mezzo fiasco poco prima. – Cara, spero che ti deciderai a darmi maggiori particolari sulla tua salute. Come è stato il freddo da voi e come l’avete sopportato? Io adesso sto
abbastanza bene e dormo qualche mezz’ora di piú. Poi mi sono ingolfato in traduzioni dal tedesco e questo lavoro mi calma i nervi e mi fa stare piú tranquillo. Leggo meno, ma lavoro di piú. Pare che ci sia qualche altra tua lettera in viaggio per me, a quanto accenna Tatiana: se mi darai particolari, ti scriverò piú a lungo la prossima volta.
Ti abbraccio forte forte
Antonio

Carissima Giulia,
avevo pensato di scrivere una lettera particolare, proprio personale, per Delio. Ma Tania mi scrive che egli si trova in casa di Anna e poi la tua brillante narrazione sulle conseguenze dell’avergli raccontato la mia fumata sulla neve, mi fa esitare. Voglio prima avere il tuo consiglio.
Mi pare che Delio sia molto reattivo, come era già a Roma e a Trafoi e non vorrei impressionare troppo la sua sensibilità. Perciò preferisco attendere il tuo parere.
La mia impressione su Tania è abbastanza buona. Quando la vidi a Milano l’ultima volta, ma specialmente a Roma, 7 mesi fa circa, era molto debole. Invece nel dicembre mi parve rimessa in parte e piú forte. Io non avrei voluto che ella facesse un cosí lungo viaggio per avere qualche
mezz’ora di colloquio: ma è venuta all’improvviso, e poi, naturalmente, ne sono stato molto felice.
Adesso dovrei farti un grande elogio di Tatiana, e della sua grande bontà. Ma non lo faccio, perché qualche volta esagera e finisce per operare come se mi giudicasse completamente sprovvisto di senso pratico, assolutamente incapace di vivere senza un istitutore o una bambinaia. Qualche volta mi ha persino fatto arrabbiare, ma piú spesso mi ha fatto ridere, sebbene da qualche tempo io rida poco e non abbia voglia di scherzare come una volta. Credo che questo sia il piú notevole
mutamento avvenuto in me. Insomma ho concluso che Tatiana è il migliore esemplare di tutta la famiglia Schucht, che pure il famoso Diogott mi affermava essere una famiglia modello (non te l’avevo mai detto, ma adesso te lo dico per farti arrabbiare!); la sola che rassomigli veramente alla tua mamma.
Cara, è proprio vero ciò che scrivi: anch’io vorrei scriverti tante cose, ma non riesco a vincermi, a superare una specie di ritegno. Credo che dipenda dalla nostra formazione mentale moderna, che non ha ancora trovato dei mezzi di espressione adeguati e propri. Io sono sempre un
po’ scettico e scanzonato e mi pare che se esprimessi tutto ciò che vorrei, non potrei superare un certo convenzionalismo e un certo melodrammaticismo che è quasi incorporato nel linguaggio
tradizionale. Lo stesso studio professionale che ho fatto delle forme tecniche del linguaggio mi ossessiona, ripresentandomi ogni espressione in forme fossilizzate e ossificate che mi destano ripugnanza. Tuttavia sono convinto che tra noi non si spezzerà mai il contatto intimo.
Ti abbraccio forte forte
Antonio

Carissima Giulia,
attendo ancora la tua risposta alla mia ultima lettera. Quando avremo ripreso una conversazione regolare (se pure a lunghi intervalli), ti scriverò tante cose sulla mia vita, sulle mie impressioni ecc. ecc. Intanto tu devi informarmi sul come Delio interpreta il Meccano. Questo mi
interessa molto, perché non ho mai saputo decidere, se il Meccano, togliendo al bambino il suo proprio spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che piú si può raccomandare. Cosa ne pensi tu e cosa ne pensa tuo padre? In generale io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e crei una mentalità astratta (in un senso diverso da quello che per «astratto» s’intendeva nel secolo scorso). C’è stata l’astrattezza determinata da una intossicazione metafisica, e c’è l’astrattezza determinata da una intossicazione matematica. Come deve essere interessante osservare le reazioni di questi principi
pedagogici nel cervello di un piccolo bambino, che poi è nostro e al quale siamo legati da ben altro sentimento che non sia il semplice «interesse scientifico». Carissima, scrivimi a lungo.
Ti abbraccio forte, forte.
Antonio

Carissima Giulia,
sono stato molto cattivo con te. Le giustificazioni, in verità, non sono molto fondate. Dopo la partenza da Milano, mi sono stancato enormemente. Tutte le mie condizioni di vita si sono aggravate. Ho sentito di piú il carcere. Ora sto un po’ meglio. Lo stesso fatto che è avvenuta una
certa stabilizzazione, che la vita si svolge secondo certe regole, ha normalizzato in un certo senso anche il corso dei miei pensieri. – Sono stato molto felice nel ricevere la tua fotografia e quella dei bambini. Quando si forma troppa distanza di tempo tra le impressioni visive, l’intervallo si riempie di brutti pensieri; specialmente per Giuliano, non sapevo che pensare, non avevo nessuna immagine che mi sorreggesse la memoria. Ora sono proprio contento. In generale, da qualche mese, mi sento piú isolato e tagliato via da tutta la vita del mondo. Leggo molto, libri e riviste; molto, relativamente alla vita intellettuale che si può condurre in una reclusione. Ma ho perduto molto del gusto della lettura. I libri e le riviste dànno solo idee generali, abbozzi di correnti generali della vita del mondo (piú o meno ben riusciti), ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può
neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato. Molti anni fa, nel 19 e 20, conoscevo un giovane operaio, molto ingenuo e molto simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal lavoro, veniva nel mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che io compilavo. Egli mi diceva spesso: «Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: – cosa farà il Giappone? –» Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali italiani del Giappone si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10 000 persone. Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva
perciò ad avere un quadro sistematico delle forze del mondo, e perciò gli pareva di non comprendere nulla di nulla. Io allora ridevo di un tale stato d’animo e burlavo il mio amico. Oggi lo capisco. Anch’io ho il mio Giappone: è la vita di Pietro, di Paolo e anche di Giulia, di Delio, di
Giuliano. Mi manca proprio la sensazione molecolare: come potrei, anche sommariamente, percepire la vita del tutto complesso? Anche la mia vita propria si sente come intirizzita e paralizzata: come potrebbe essere diversamente, se mi manca la sensazione della tua vita e di quella
dei bambini? Ancora: ho sempre la paura di essere soverchiato dalla routine carceraria. È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento
parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione su me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati. Certo io resisterò. Ma, per esempio, mi accorgo che non so piú ridere di me stesso, come una volta, e questo è grave. Cara Giulia, ti interessano tutte queste chiacchiere? E ti dànno un’idea della mia vita? Però, mi interesso
anche di ciò che avviene nel mondo, sai. In quest’ultimo tempo ho letto una certa quantità di libri sull’attività cattolica. Ecco un nuovo «Giappone»: – attraverso quali fasi passerà il radicalismo
francese per scindersi e dare vita a un partito cattolico francese? Questo problema «non mi lascia dormire» come avveniva per quel mio giovane amico. E anche altri naturalmente. Ti è piaciuto il tagliacarte? Sai che mi è costato quasi un mese di lavoro e mezzi i polpastrelli consumati? – Cara,
scrivimi un po’ diffusamente di te e dei bimbi. Dovresti mandarmi le vostre fotografie almeno ogni sei mesi, in modo che io possa seguire il loro sviluppo e vedere il tuo sorriso piú spesso. Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio
– Postilla per Tania – Ma come sei cattiva, Tania. Da quanto tempo non ricevo tue notizie?
Non importa che tu scriva delle lunghe lettere, basta anche una cartolina illustrata. Sai che anch’io sento sempre più la forza d’inerzia che mi spinge a non scrivere? E devo lottare per vincerla. Ma vincerò sempre? Qui c’è della gente che non scrive da mesi e da anni. Anch’io farò la stessa fine,
certamente, se non trovo corrispondenti attivi. Cara Tania, ti abbraccio, sperando che non ti senta male.
Antonio

Cara Giulia,
ho ricevuto il tuo biglietto del 3 aprile. Tania mi ha trasmesso le notizie riguardanti la vita dei bambini. Sono contento.
Un periodo della mia vita carceraria sta per finire, perché il 28 maggio avrò il processo. Non so dove sarò poi scaraventato. La mia salute è abbastanza buona. Ho saputo dalle autorità giudiziarie e carcerarie che sul mio conto sono state pubblicate molte inesattezze: che morivo di fame, ecc, ecc. Ciò mi è molto dispiaciuto, perché credo che in simili quistioni non bisogna mai
inventare e neanche esagerare. È vero anche che mancano i mezzi per verificare le cose, e in realtà io non so piú di quanto mi è stato riferito. Ma tu sei stata sempre informata da Tania e perciò non hai avuto occasione di turbarti. Io non voglio scrivere fuori; forse me lo concederebbero, ma io non voglio per principio. Ho ricevuto, per esempio, recentemente, una strana lettera firmata Ruggero, che domandava di avere una risposta. Forse la vita carceraria mi avrà fatto diventare piú diffidente di quanto la normale saggezza richiederebbe; ma il fatto è che questa lettera, nonostante il suo
francobollo e il timbro postale, mi ha fatto inalberare. Anche in essa si dice che la mia salute deve essere cattiva! o che le notizie che si hanno sono in tal senso. Sono stato male nei primi mesi, dopo il viaggio Ustica-Milano; poi mi sono riposato e rimesso in modo soddisfacente. Studio, leggo, nei
limiti delle possibilità, che non sono molte. Un lavoro intellettuale sistematico non è possibile, per mancanza di mezzi tecnici.
Cara Giulia, mi dispiace di ricevere cosí scarse notizie sulla tua vita e sulla vita dei bambini.
Temo che in avvenire esse possano diventare ancora piú scarse: è questa la piú grande preoccupazione per me.
Ti abbraccio teneramente, cara
Antonio

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera del 26-XII-1927, con la postilla del 24 gennaio e l’unito bigliettino.
Sono stato proprio felice di ricevere queste tue lettere. Ma ero già diventato piú tranquillo da qualche tempo. Sono molto cambiato, in tutto questo tempo. Ho creduto in certi giorni di essere diventato apatico e inerte. Penso oggi di aver sbagliato nell’analisi di me stesso. Cosí non credo neanche piú di essere stato disorientato. Si trattava di crisi di resistenza al nuovo modo di vivere che implacabilmente si imponeva sotto la pressione di tutto l’ambiente carcerario, con le sue norme,
con la sua routine, con le sue privazioni, con le sue necessità, un complesso enorme di piccolissime cose che si succedono meccanicamente per giorni, per mesi, per anni, sempre uguali, sempre con lo stesso ritmo, come i granellini di sabbia di una gigantesca clepsidra. Tutto il mio organismo fisico e psichico si opponeva tenacemente, con ogni sua molecola, all’assorbimento di questo ambiente esteriore, ma ogni tanto bisognava riconoscere che una certa quantità della pressione era riuscita a vincere la resistenza e a modificare una certa zona di me stesso, e allora si verificava una scossa rapida e totale per respingere d’un tratto l’invasore. Oggi, tutto un ciclo di mutamenti si è già svolto,
perché sono giunto alla calma decisione di non oppormi a ciò che è necessario e ineluttabile coi mezzi e nei modi di prima, che erano inefficaci e inetti, ma di dominare e controllare, con un certo
spirito ironico il processo in corso. D’altronde mi sono persuaso che un perfetto filisteo non lo diventerò mai. In ogni momento sarò capace con una scossa di buttar via la pellaccia mezzo di asino e mezzo di pecora che l’ambiente sviluppa sulla vera propria naturale pelle. Forse una cosa
non otterrò mai piú: di ridare alla mia pelle naturale e fisica il colore affumicato. Valia non mi potrà piú chiamare il compagno affumicato. Temo che Delio, nonostante il tuo contributo, sarà ormai piú
affumicato di me! (Protesti?) Sono rimasto, questo inverno, quasi tre mesi senza vedere il sole, altro che in qualche lontano riflesso. La cella riceve una luce che sta di mezzo tra la luce di una cantina e la luce di un acquario.
D’altronde, non devi pensare che la vita mia trascorra cosí monotona e uguale come a prima vista potrebbe sembrare. Una volta presa l’abitudine alla vita dell’acquario e adattato il sensorio a cogliere le impressioni smorzate e crepuscolari che vi fluiscono (sempre ponendosi da una
posizione un po’ ironica), tutto un mondo incomincia a brulicare intorno, con una sua particolare vivacità, con sue leggi peculiari, con un suo corso essenziale. Avviene come quando si getta uno sguardo su un vecchio tronco mezzo disfatto dal tempo e dalle intemperie e poi piano piano si
ferma sempre piú fissamente l’attenzione. Prima si vede solo qualche fungosità umidiccia, con qualche lumacone, stillante bava, che striscia lentamente. Poi si vede, un po’ alla volta tutto un insieme di colonie di piccoli insetti che si muovono e si affaticano, facendo e rifacendo gli stessi
sforzi, lo stesso cammino. Se si conserva la propria posizione estrinseca, se non si diventa un lumacone o una formichina, tutto ciò finisce per interessare e far trascorrere il tempo.
Ogni particolare che riesco a cogliere della tua vita e della vita dei bambini mi offre la possibilità di cercare di elaborare qualche rappresentazione piú vasta. Ma questi elementi sono troppo scarsi e la mia esperienza è stata troppo scarsa. Ancora: i bambini devono mutare troppo rapidamente in questa loro età perché io riesca a seguirli in tutti i movimenti e a darmene una rappresentazione. Certo, in questo devo essere assai disorientato. Ma è inevitabile che sia cosí.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Carissima Giulia,
sabato scorso Tania mi ha riferito a voce le notizie che ha ricevuto specialmente su Delio. Io attendo tue lettere e le fotografie; mi pare proprio che tutto debba essere cambiato, in modo tale che io non posso, senza una impressione visiva, rappresentarmi la realtà della fase attuale. Ti abbraccio.
Antonio

Carissima Giulia,
nel cortile, dove con altri detenuti vado a fare il passeggio regolamentare, è stata tenuta una esposizione di fotografie dei bambini rispettivi. Delio ha avuto un grande successo di ammirazione.
Da qualche giorno non sono più isolato, ma sto in una cella comune con un altro detenuto politico, che ha una graziosa e gentile bimbetta, di tre anni, che si chiama Maria Luisa. Secondo un costume sardo, abbiamo deciso che Delio sposerà Maria Luisa appena i due siano giunti all’età matrimoniale;
che te ne pare? Naturalmente attendiamo il consenso delle due mamme, per dare al contratto un valore piú impegnativo, sebbene ciò costituisca una grave deroga ai costumi e ai principi del mio paese. Immagino che tu sorrida e ciò mi rende felice; non riesco che con grande difficoltà a immaginarti sorridente.
Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio