Carissima mamma,
non ho ricevuto tue lettere, dopo l’assicurata, ma ti voglio scrivere lo stesso per diverse ragioni: — 1° perché ho l’impressione che da qualche mese la mia corrispondenza sia diventata molto irregolare negli arrivi e partenze; una lettera in piú spedita è una probabilità di piú che qualcheduna arrivi. — 2° perché è probabile che tra breve io sia trasportato da Milano a Roma per
il processo e che per qualche settimana non possa scrivere. Tu non devi darti troppa ansia per queste storie; pensa che io sono assolutamente tranquillo e che sono sicuro che tutto l’affare andrà a finire bene, non subito, ma almeno fra un paio di anni. E ho imparato ad aspettare senza perdere la
pazienza. Saluta tutti affettuosamente. Ti abbraccio
Nino

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Carissima mamma,
ho ricevuto l’assicurata del 26 settembre; ringrazia tanto Carlo. Ho ricevuto pure la predica di prete Poddighi, ma essa non è molto divertente; certo non c’è l’umorismo fresco e paesano di quella al «populu de Masuddas». Con uno sforzo di memoria, nonostante che l’abbia sentito poche volte, sono riuscito a ricordarmene interi brani e perciò te l’avevo domandata. E ite cou no mais
bogau — chi si nci boghint is ogus — e un arrogu e figau — ecc. ecc.; questo mi piace molto.
Credo di averti scritto qualche lettera che non hai ricevuto: non so spiegarmi altrimenti la mancanza di notizie. Non sono stato ammalato e non mi sento male. In quest’ultimo tempo ho rinunziato alla lettura dei giornali quotidiani per poter andare qualche ora in compagnia di altri detenuti. La
compagnia, come puoi immaginare, è quale può offrirla il carcere, perché non è permesso andare con altri detenuti politici: si tratta cioè di imputati di reati comuni. Tuttavia trovo un po’ di svago e il tempo passa piú rapidamente.
Mia cognata è uscita dall’ospedale e viene a visitarmi di tanto in tanto. È ancora in convalescenza e fa dei grandi sacrifizi per me. Ogni giorno viene al carcere e mi manda qualche cosettina prelibata da mangiare: della frutta, della cioccolata, dei latticini freschi. Poverina, non riesco a convincerla di non affaticarsi tanto e di pensare un po’ piú alla sua salute. Io sono persino
un po’ umiliato di tanta abnegazione, che qualche volta non si trova neanche nelle sorelle.
Volevo dirti una cosa. Io non ricordo piú quali miei libri si trovano ancora a Ghilarza.
Ricordo che nel 1913 avevo a Torino comprato uno stok di libri sulla Sardegna della biblioteca di un marchese di Boyl, i cui eredi si erano disfatti dei libri di argomento sardo. Qualcheduno, mi pare di ricordare, l’avevo portato a Ghilarza nelle vacanze. Vorrei avere, se ci sono ancora, il libro del
generale Lamarmora sui suoi viaggi in Sardegna (è scritto in francese) e le storie del barone Mannu.
Questi due mi pare che siano proprio a Ghilarza. Avevo un grosso volume rilegato (molto grosso, del peso di almeno 10 kili) con la raccolta di tutte le carte d’Arborea, ma non ricordo se l’avevo portato. Un volumetto che invece ci deve essere è dell’ingegnere Marchesi, Con Quintino Sella in
Sardegna. Se trovi qualcuno di questi libri in casa, fammelo mandare. Di’ a Carlo che se gli capita di comprare qualche numero della rivista «Il Nuraghe» me lo mandi dopo averlo letto. Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana e se fanno, per qualche festa, le gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. La festa di S. Costantino a Sedilo e di S. Palmerio, le fanno ancora e come riescono? La festa di S. Isidoro riesce ancora grande? Lasciano portare in giro la bandiera dei quattro mori e ci
sono ancora i capitani che si vestono da antichi miliziani? Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto; perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu né coa.
Dei bambini non ricevo notizie da qualche tempo, ma spero che stiano bene. Ti abbraccio affettuosamente insieme a tutti di casa
Nino

Carissima mamma,
ho ricevuto oggi la tua lettera del 17 e ti rispondo subito, quantunque ti abbia scritto anche la settimana scorsa.
Giovedí è giunto Mario e ci siamo parlati per circa un quarto d’ora. Sta molto bene. Mi ha accennato ai suoi affari che adesso vanno abbastanza bene anch’essi. Mi pare che abbia una leggera tendenza a diventare grasso come papà. Prima di venire da me, Mario era andato a visitare mia cognata all’ospedale, cosí mi ha dato sue notizie e mi ha un po’ tranquillizzato. Egli mi ha promesso di scriverti subito per dirti che mi ha trovato assai bene di salute. Ciò che mi hai scritto di lui mi pare esagerato. Nessuno, in questo caso, può essere piú spassionato e obbiettivo di me, poiché Mario milita nel campo opposto al mio. Quando io sono stato a visitarlo, qualche anno fa, in casa sua, credo di essermi fatta un’opinione esatta su tutto l’ambiente di cui egli era una specie di eroe.
Ma sono cose che è meglio non scrivere e d’altronde Mario è mio fratello e gli voglio bene nonostante tutto. Spero che adesso si occupi piú delle sue faccende e che metta la testa a partito. Se ritornerà a trovarmi, come mi ha detto, vedrò di trovare il modo di dirgli qualcosa, specialmente per
sua moglie che non è certo una donna come te, e che si affloscerebbe come uno straccio se dovesse lottare con una difficoltà appena appena seria. Altro che rinunciare ai bagni o alla villeggiatura o a un nuovo vestito.
Mi dispiace che Grazietta stia sempre male; perché non mi scrive qualche volta?
Abbraccio tutti affettuosamente; tanti, tanti baci a te
Nino
(E la predica di prete Poddighe quando me la mandi?)

Carissima mamma,
da circa un mese non ricevo tue lettere. Come state? Ti scrivo per avvertirti di non avere nessuna preoccupazione se riceverai (o avrai già ricevuto) un qualche avviso delle Ferrovie dello Stato in cui si parla di tre biglietti ferroviari da me rilasciati come deputato a tre Tizii e che sono stati contestati non ricordo bene se alla fine del 25 o ai principii del 26. Credo almeno che si tratti di questa faccenda, perché due giorni fa mi hanno domandato l’indirizzo della mia famiglia, che era richiesto dalle Ferrovie dello Stato per una «quistione amministrativa». Io ho prima risposto che, essendo maggiorenne, la mia famiglia ero io stesso, ma siccome la richiesta era molto concisa, mi fu domandato l’indirizzo dei genitori. Ti spiego il caso. Come deputato avevo diritto ogni anno a 8 biglietti di 1a classe e 4 di 2a per le persone della famiglia o per chi viaggiava con me in accompagnamento per ragioni di salute. Mi sono servito di questi biglietti qualche volta per farmi
accompagnare, perché in tutti gli anni scorsi sono sempre stato molto debole e soffrivo qualche volta di svenimenti e di capogiri. Una volta che da Roma andai a Milano, il mio accompagnatore doveva subito ripartire, come fare? Mi rivolsi all’impiegato dei biglietti speciali e gli domandai schiarimenti; mi rispose che potevo emettere il biglietto, specificando: «di ritorno
dall’accompagnamento». Cosí feci e ripetei altre due volte, successivamente, la cosa. Nel maggio 26, quando dovevo ritirare i biglietti del nuovo anno legislativo, essi mi furono rifiutati e mi si comunicò che avrei dovuto pagare, per averli, qualche migliaio di lire, importo di tre biglietti piú la multa. Io penso che non devo pagar nulla: — 1° perché da parte mia non c’è stato nessun dolo; ho presentato allo sportello dei biglietti che sono stati accettati, nonostante che in essi fosse scritto chiaramente: «di ritorno dall’accompagnamento», ciò significa che il regolamento non è chiaro e
che gli impiegati non sanno interpretarlo — 2° perché sono stato danneggiato col non uso dei biglietti per il 1926. Ti ho spiegato questo perché tu veda che non c’è stato nulla di male da parte mia. In ogni caso sono io solo il responsabile e non so cosa possono pretendere dai miei genitori. Se
ricevi un avviso di tal genere, pertanto, devi rispondere che voi non c’entrate per nulla, che da 20 anni io sono indipendente dalla mia famiglia e faccio vita e famiglia per conto mio. Aspetto tue notizie.
Ti abbraccio affettuosamente
Nino

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 12 luglio e la fotografia dei due bambini di Teresina. Hai ricevuto un’altra mia lettera, nella quale ti scrivevo qualcosa su Nannaro? Se non l’hai ricevuta, non pensare che ti abbia mandato sue notizie precise, perché neanche io sono riuscito mai ad averne;
cercavo solo di spiegarti le ragioni probabili del silenzio di Nannaro almeno a mio riguardo.
Il gruppo dei due bambini mi pare venuto molto bene, anche se la fotografia non è molto riuscita. Si vede che sono due bei bambini. Nell’altra fotografia di Franco che mi avevi mandato, il bambino sembrava un vecchietto; era molto magro e senza freschezza. Da un pezzo non ho piú
ricevuto notizie da Giulia; da circa 3 mesi, non so niente né di lei né dei bambini. Mia cognata è sempre all’ospedale ammalata; penso che proprio in questi giorni le abbiano fatto un’operazione, perché da 20 giorni non ho sue notizie. Io mi sto abituando a non pensare piú a nulla e a lasciare
andare le cose come vogliono. Abbracci a tutti
Nino

Perché non ti faccia imbrogliare, nel caso, ti avverto che lo scudo d’argento non vale solo 5 lire, ma oggi vale 20 lire. Quando l’ho mandato valeva proprio 30 lire circa e da esso si poteva benissimo fare un cucchiaino da bambini.

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 2 con la fotografia di Mea. La tua precedente lettera l’avevo poi ricevuta e ad essa ho anche risposto. Le mie notizie sono sempre le stesse; la salute è abbastanza buona e tiro avanti. In queste ultime settimane ho avuto un grosso dispiacere; è venuta da Roma a
Milano mia cognata Tatiana per visitarmi, ma è caduta ammalata e dal 14 maggio si trova in un ospedale, senza ancora essere potuta venire a vedermi. Spero che adesso stia bene (cosí mi scrive, almeno) e che fra giorni mi farà una visita.
La fotografia di Mea non mi piace. Sai a cosa pensavo? Che lo scudo d’argento che avevo mandato per farle un cucchiaino, tu l’hai conservato e glielo hai messo nel salvadanaio o alla posta.
Mi pare di vedere nella faccia di questa bambina i lineamenti potenziali di una beghina che dà il denaro in prestito al 40 per cento d’interesse. Mi pare che tutti insieme, tu, Grazietta e Teresina avete rovinato Edmea. Non dimenticherò mai che la prima volta che Mea venne a spasso con me,
avendole chiesto se voleva i cioccolattini, mi rispose di darle i soldi che li avrebbe messi alla posta.
Ti pare un bel modo questo di educare i bambini? Io mi domando perché una ragazza educata cosí possa sentire ripugnanza a prostituirsi; se le avete insegnato che il denaro vale per se stesso e non per i servizi che può procurare? Io desidero proprio che Mea abbia un cucchiaino e non uno scudo, devi scrivermi se hai fatto ciò.
Vorrei che tu mi mandassi, sai che cosa? La predica di fra’ Antiogu a su populu de Masuddas. Ad Oristano si potrà comprare, perché ultimamente l’aveva ristampata Patrizio Carta nella sua famosa tipografia. Poiché ho tanto tempo da perdere, voglio comporre sullo stesso stile un
poema dove farò entrare tutti gli illustri personaggi che ho conosciuto da bambino: tiu Remundu Gana con Ganosu e Ganolla, maistru Andriolu e tiu Millanu, tiu Micheli Bobboi, tiu Iscorza alluttu, Pippetto, Corroncu, Santu Jacu zilighertari ecc. ecc. Mi divertirò molto e poi reciterò il poema ai
bambini, fra qualche anno. Penso che adesso il mondo si è incivilito e le scene che abbiamo visto noi da bambini ora non si vedono piú. Ti ricordi quella mendicante di Mogoro che ci aveva promesso di venirci a prendere con due cavalli bianchi e due cavalli neri per andare a scoprire il
tesoro difeso dalla musca maghedda e che noi l’abbiamo attesa per mesi e mesi? Adesso i bambini non credono piú a queste storie e perciò è bene cantarle; se ci trovassimo con Mario potremmo rifare una gara poetica! Mi sono ricordato di tiu Iscorza alluttu, come pudicamente diceva zia
Grazia: vive ancora? ti ricordi quanto ci faceva ridere col suo cavallo che aveva la coda solo la domenica? Hai visto quante cose ricordo? Scommetto che sono riuscito a farti ridere. Saluta affettuosamente tutti. Ti abbraccio teneramente
Nino

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 23 maggio. Ti ringrazio perché mi hai scritto a lungo e mi hai mandato tante notizie interessanti. Dovresti sempre scrivermi cosí e mandarmi sempre tante notizie sulla vita locale anche se a te non sembrano di grande significato. Per esempio: mi scrivi che a
Ghilarza aggregheranno altri 8 comuni; intanto quali sono? E poi: che significato ha questa aggregazione e quali conseguenze? Ci sarà un solo podestà, e una condotta municipale, ma le scuole, per esempio, come saranno organizzate? Lasceranno in ogni attuale comune le prime scuole
elementari, oppure i bambini di Narbello o di Domusnovas dovranno ogni giorno venire a Ghilarza anche per la prima classe? Metteranno un dazio comunale unico? Le imposte che i ghilarzesi proprietari di terra in tutti questi comuni pagheranno saranno spese nelle singole frazioni o saranno
spese per abbellire Ghilarza? Questa è la questione principale, mi pare, perché nel passato il bilancio comunale di Ghilarza era poverissimo perché i suoi abitanti possedevano nel territorio dei comuni vicini e a
questi pagavano la maggior parte delle imposte locali. Ecco di che cosa devi scrivermi invece di pensare sempre alla mia posizione critica, triste ecc. ecc. Io vorrei rassicurarti da questo punto di vista. Intendiamoci: non che io creda la mia posizione molto brillante. Ma tu sai che ogni cosa ha un valore anche secondo il nostro modo di vederla e di sentirla. Ora, io sono molto tranquillo e vedo tutto con una grande calma e una grande fiducia, non per gli avvenimenti immediati che mi riguardano, ma per il mio avvenire ulteriore; sono persuaso, come ho già scritto a Teresina, che non dovrò star sempre a marcire in prigione; io credo, cosí a lume di naso, che starò dentro non piú di tre anni, anche se mi condannassero, mettiamo, a 20 anni. Vedi che ti scrivo con la massima sincerità, senza cercare di crearti nessuna illusione, penso che solo cosí anche tu sarai forte e avrai pazienza. Devi poi essere assolutamente tranquilla per ciò che riguarda le mie condizioni di forza morale e anche di salute fisica. Per la forza morale un po’ mi conosci. Ricordi quella volta (ma forse
non te l’abbiamo mai detto allora) che abbiamo fatto una scommessa tra ragazzi a chi resisteva di piú a darsi dei colpi di pietra sulle dita fino a fare uscire una goccia di sangue dai polpastrelli.
Adesso non sarei forse piú capace di resistere a queste prove barbariche, ma certamente sono diventato anche piú capace di resistere ai colpi di martello sulla testa che gli avvenimenti mi hanno vibrato e ancora mi vibreranno. Pensa che su per giú da dieci anni mi trovo in un ambiente di lotta e che mi sono sufficientemente temprato; avrei potuto essere ucciso una dozzina di volte, e invece mi trovo ancora vivo: è già un punto di guadagno incalcolabile. D’altronde sono stato anche felice per qualche tempo; ho due bellissimi bambini che certamente vengono allevati e crescono come piace a me e che diventeranno due uomini energici e forti. Dunque sono tranquillo e calmo e non ho proprio bisogno né di compassione né di conforto. E anche fisicamente sto abbastanza bene. In
questi sei mesi ne ho viste e ne ho passate di tutti i colori e ho scoperto che anche fisicamente sono molto, molto piú forte di quanto io stesso pensassi. Sono sicuro di poter resistere anche in avvenire
e sono sicurissimo perciò di riabbracciarti e di vederti contenta.
Di tanto in tanto ho nostalgia di Giulia e dei nostri figli e so che stanno bene. Sono certo che i bambini sono allevati anche con troppe comodità e  cure: la mamma, i nonni, le zie, si priverebbero del pane per non far mancare loro i biscotti e i bei vestitini. Di Nannaro non sono
riuscito a saper niente di preciso, mai: sapevo solo che viveva a Parigi, che lavorava, ma non di piú. Nannaro è molto matto e strano e credo che proprio lui non abbia voluto farmi sapere nulla di sé,
perché forse pensava che io fossi molto in collera con lui perché aveva riscosso il mio stipendio per 5 o 6 mesi senza farmene sapere nulla, mentre io ero ammalato in un sanatorio. Penso cosí io, almeno; e perciò credo che sia pazzo. Io sapevo in che stato era, come era stato ferito per causa mia e non avrei neanche pensato a rimproverarlo o a domandargli un soldo.
Cara mamma, sta forte e tranquilla e non essere troppo feroce con gli abbasantesi. Ti abbraccio affettuosamente
Nino

Carissima mamma,
da qualche tempo non ricevo tue lettere e notizie di casa. Ho scritto a Teresina, ma essa non mi ha risposto. Cosí in tutto questo tempo non mi avete mai scritto nulla su Grazietta e sulle sue condizioni di salute.
Io sto abbastanza bene; la mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e cosí ogni giorno. Attendo sempre della corrispondenza, ma ne ricevo ben poca. Perché non mi fai scrivere almeno da Carlo? Possibile che i suoi affari lo assorbano tanto da impedirgli di scrivermi di tanto in
tanto? Vorrei inoltre avere l’indirizzo preciso di Mario; dal 1921 non ho piú avuto rapporti con lui, ma ora ho saputo che si è occupato di me e perciò vorrei scrivergli per ringraziarlo. Scrivimi tutto ciò che lo riguarda, in modo che dalle mie lettere non appaia che io proprio non mi sono occupato di lui in tutti questi anni: quanti figli ha e come si chiamano? ecc. ecc.
Abbraccia tutti di casa e tira delicatamente le orecchie a Carlo e a Teresina. Un abbraccio affettuoso a te
Nino

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita.
Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante qualche sua capestreria del passato e credo anche che sia piú solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa.
Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del «pollaio»; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che
vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perché quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!).
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti
ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di
domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste
bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa
grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e
sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. Intanto scrivimi e fammi scrivere dagli altri: mandami tante notizie di Ghilarza, di Abbasanta, di Boroneddu, di Tadasuni, di Oristano.
Zia Antioga Putzulu, vive ancora? E chi è il podestà? Felle Tariggia, credo. E Nassi cosa fa? E gli zii di Oristano vivono ancora? Zio Serafino sa che ho dato nome Delio al mio bambino? E l’ospedaletto l’hanno finito? E le case popolari a Careddu le hanno continuate?
Vedi quante cose voglio sapere. E si parla, come penso, di unire Ghilarza ad Abbasanta? senza che gli abbasantesi insorgano in armi? E il bacino del Tirso serve finalmente a qualche cosa?
Scrivimi, scrivimi e mandami le fotografie specialmente dei bambini. Baci a tutti e tanti tanti a te
Nino
E Grazietta perché non mi scrive neanche un rigo?

Carissima mamma,
mi trovo a Milano nelle carceri giudiziarie di San Vittore, fin dal 7 febbraio. Sono partito da Ustica il 20 gennaio e mi è stata qui trasmessa una tua lettera, senza data, ma che deve essere dei primi giorni di febbraio. Non devi preoccuparti di questo mutamento nelle mie condizioni; esso aggrava solo fino ad un certo punto il mio stato; c’è solo un aumento di seccature e di noie, niente altro. Non voglio neanche dirti minutamente in che consiste l’accusa che mi si fa, poiché neanche io sono bene riuscito a comprenderlo fin’ora; si tratta in ogni modo delle solite quistioni politiche per le quali ero già stato colpito coi cinque anni di confino a Ustica. Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case (ti ricordi come diceva Carlo quando era piccino e mangiava qualche dolce saporito? «Ne vorrei cento case»; io di pazienza ne ho kentu domus e prus).
Dovrai tu aver pazienza e bontà, però. La tua lettera invece mi pare che mi ti mostri in tutt’altro stato d’animo. Scrivi che ti senti vecchia ecc. Ebbene, io sono sicuro che tu sei ancora molto forte e resistente, nonostante la tua età e i grandi dolori e le grandi fatiche che hai dovuto attraversare.
Corrias, corriazzu, ti ricordi? Sono sicuro che ci vedremo ancora tutti assieme, figli, nipoti e forse, chissà, pronipoti, e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada (non di quei fichi secchi, però, di quella famosa zia Maria di
Tadasuni). Credi che a Delio piaceranno i pirichittos e le pippias de zuccuru? Penso di sí e che anche lui dirà di volerne cento case; non puoi credere quanto rassomigli a Mario e a Carlo bambini, per quanto io ricordi, specialmente a Carlo, a parte il naso che Carlo aveva allora appena
rudimentale.
Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace di ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello. E poi ci sei sempre tu, cara mamma, e le tue mani sempre affaccendate per noi, per alleviarci le pene e per trarre una qualche utilità da ogni cosa. Ti ricordi i miei agguati per avere il caffè
buono, senza orzo e altre porcherie del genere? Vedi: quando penso a tutte queste cose penso anche che Edmea non avrà questi ricordi da grande e che ciò influirà molto sul suo carattere, determinando in lei una certa mollezza e un certo sentimentalismo che non sono molto raccomandabili in questo tempo di ferro e di fuoco, nel quale viviamo. Siccome anche Edmea
dovrà farsi la strada da sé, occorre pensare a rafforzarla moralmente, a impedire che essa vada crescendo circondata dai soli elementi della vita fossilizzata del paese. Penso che voi dovete spiegarle, con molto tatto, naturalmente, perché Nannaro non si occupi troppo di lei e pare la
trascuri. Dovete spiegarle come suo padre non possa oggi ritornare dall’estero e come ciò sia dovuto al fatto che Nannaro, come me e molti altri abbiano pensato che le molte Edmee che vivono in questo mondo dovrebbero avere una fanciullezza migliore di quella che noi abbiamo trascorso e lei stessa trascorre. E dovete dirle, senza nessun sotterfugio, che io sono in prigione, cosí come suo padre è all’estero. Dovete, certamente, tenere conto della sua età e del suo temperamento ed evitare
che la poveretta si affligga troppo, ma dovete anche dirle la verità e cosí accumulare in lei ricordi di forza, di coraggio, di resistenza ai dolori e alle traversie della vita.
Carissima mamma, non devi preoccuparti per me e non devi pensare che io stia male. Per quanto è possibile, io sto bene. Ho una cella a pagamento, cioè un letto abbastanza buono: ho persino uno specchio per rimirarmi. Ricevo da una trattoria due pasti al giorno; al mattino prendo mezzo litro di latte. Ho a mia disposizione una macchinetta per riscaldare le vivande e farmi il caffè.
Leggo sei giornali al giorno e otto libri alla settimana, con in piú riviste illustrate e umanistiche. Ho le sigarette Macedonia. Insomma, dal punto di vista materiale, non soffro di nessuna mancanza sensibile. Non posso scrivere quanto mi pare e ricevo la posta molto irregolarmente; questo sí. Da circa un mese e mezzo non ho notizie di Giulia e dei due bambini; perciò non posso scriverti niente intorno a loro. So, però, che dal punto di vista materiale sono al sicuro e che Delio e Giuliano non mancano di nulla.
A proposito, hai ricevuto una bellissima fotografia di Delio che doveva esserti spedita? Se l’hai ricevuta, scrivimi le tue impressioni.
Carissima mamma, ti prometto di scriverti almeno ogni tre settimane e di tenerti allegra; anche tu scrivimi e fammi scrivere da Carlo, da Grazietta, da Teresina, da papà, da Paolo e anche da Edmea, la quale, penso, deve essere già avanti e sapere compilare qualche letterina; ogni lettera che ricevo è una grande consolazione e un bel divertimento per me.
Abbraccio teneramente tutti; a te, carissima mamma, un piú tenero abbraccio
Nino
Il mio indirizzo è ora: Carceri giudiziarie – Milano.