Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza;
avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore! – Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e
passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma.
D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato,
mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i
motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi
che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti. –
Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio,
le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni.
E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso.
Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia
domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato.
Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non
rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio? – Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di
Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura
russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e
con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi. – Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente
Antonio

Annunci

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue due lettere e le due lettere di Giulia; non ho invece ricevuto la «lunghissima» annunziata imminente il 30 aprile. Tra quindici giorni scriverò tutta la lettera per Giulia e per Delio; cosí non potrò ribattere i rimproveri che, immagino, mi scriverai. D’altronde non
devi mai prendere in senso assoluto ciò che ti scrivo: certo io sono molto cambiato, ma può darsi che si tratti solo di un fenomeno provvisorio, legato alla vita eccezionale del carcere. Penso che abbiano contribuito molto a ciò, i fatti che mi sono successi nel carcere di Milano e che ho riferito
al Tribunale Speciale in contradditorio col vice-questore De Sanctis. La diffidenza si è mutata in un abito di apatia e di indifferentismo, che forse è una forma istintiva di autodifesa.
A proposito dei 500 franchi che devi ancora pagare, io credo che vi converrebbe liberarvi completamente dell’aggravio, liquidando l’ipoteca con la terra stessa, cioè vendendola e intascando il residuo, se ce n’è. Tutta questa storia, quando l’ho saputa, mi ha fatto alquanto ridere e mi ha
provato la mancanza di senso pratico in tutti voi: credo che ci sia qualcuno che vi ha sfruttato, godendosi la terra e raccogliendone i frutti. Non sarei maravigliato se, al momento in cui avrete pagato l’ultimo centesimo dell’ipoteca, faceste la scoperta che la terra non vi appartiene piú, in virtú
di qualche articolo del Codice civile svizzero, riguardante l’incuria dei proprietari e il possesso continuato da parte di terzi, senza che il proprietario abbia fatto nel frattempo atti di podestà. Che ci possano un giorno vivere i bambini, mi pare un’idea affettuosa suggerita dai ricordi del passato.
Quanto ai disegni di Vittorio, non fidartene, per carità! Io ne ho conosciuto qualcuno, e ho dovuto sudare quattro camicie perché a Vittorio non succedesse qualche brutto scherzo. Io penso, in conclusione, che tu devi scrivere a tuo padre tutta la verità: la cifra di ciò che hai speso, facendogli
ricordare o sapere che nello stesso tempo egli spendeva la stessa somma, e quanto rimane ancora da pagare. In realtà tu non sai nulla di nulla di ciò che il vostro fiduciario o amico ha fatto per conto vostro, e scommetto che tra tutti non avete neanche piú il titolo di proprietà. – A proposito di
quanto ho scritto su Vittorio, non devi pensare che io non lo stimi e non gli voglia bene: egli è appunto originale e ricchissimo di fantasia, e i suoi progetti se ne risentono moltissimo; non so dove è nato, ma mi piacerebbe sapere se è nato in Provenza.
Attendo con ansia le babouches beduine; mi pare che devano andare bene perché le ho viste ad Ustica durante un ricevimento presso i beduini che erano là confinati. A proposito, sai che uno di questi beduini, un certo Haussiet, veniva quasi ogni giorno a trovarmi per vedere la fotografia di
Delio; egli aveva lasciato un bambino a Bengasi e si maravigliava che una fotografia potesse essere cosí espressiva, dolente che la sua religione proibisse di riprodurre la figura umana. Gli dissi che Kemal adesso permetteva di fotografarsi e allora disse che la moglie era troppo stupida per sapere cos’era la fotografia e che l’avrebbe ripudiata. Gli dissi che Kemal proibiva la poligamia e allora si afflisse, perché nonostante tutto, per lui Kemal era come il papa del maomettanesimo. –
Cara Tania, ti abbraccio teneramente, e attendo la tua lunga lettera.
Antonio

Carissima Tatiana,
ho ricevuto le tue tre cartoline (anche quella con gli scarabocchi di Delio), poi ho ricevuto i libri che avevo al carcere di Milano e ho constatato che il tuo bauletto inglese ha fatto miracoli, perché, imperterrito, ha superato il viaggio a piccola velocità, con ruzzoloni connessi, senza subire nessun danno e sfregio permanente; inoltre ho ricevuto le due paia di calze rammendate che ti avevo lasciato a Roma e le arrecato coi libri, sebbene il baule fosse un po’ riempito come di patate: non ho potuto ancora fare una identificazione precisa, ma mi pare che alcuni libri manchino; non fa nulla! Mi ha molto divertito la storia della conferenza di Innocenzo Cappa. Questo tipo è un po’ il prezzemolo di tutte le salse intellettuali milanesi; e ancora, l’immagine è troppo favorevole a lui, perché il prezzemolo nella salsa compie una funzione utile e congrua, mentre il Cappa sta al mondo della cultura come il tarlo sta all’arte dell’abbigliamento. Una volta era il piagnone della democrazia lombarda; l’avevano anzi battezzato meglio: siccome Cavallotti era stato chiamato il bardo della democrazia, il Cappa ne fu chiamato il bardotto e bardotto è il mulo nato dall’incrocio di un’asina e un cavallo. Una figura intellettualmente nulla e moralmente discutibile. Qui il tempo pare rimesso; pare che si senta finalmente l’odore della primavera. Ciò mi fa ricordare che si avvicina l’epoca delle zanzare, che l’anno scorso mi hanno tormentato assai. Desidererei perciò avere un pezzo di velo di zanzariera, per essere in grado di riparare la faccia e le braccia appena se ne presenti la necessità. Non molto grande, naturalmente, perché altrimenti forse non sarebbe neanche permesso; penso della superficie di un metro e mezzo quadrato. Poiché ci sono, ti espongo qualche altro desiderio: avere qualche matassina di lana per rammendare le calze. Ho studiato i rammendi delle due paia ricevute e mi pare che non oltrepassino la mia perizia. Bisognerebbe anche disporre di un ago d’osso, capace per la lana. Inoltre desidererei avere anche qualche fava americana per il tabacco, perché le altre hanno già perduto il profumo. Mi sono sempre dimenticato di scriverti di non mandarmi l’apparecchio per il meta, perché io ne possiedo già uno tutto d’alluminio; non ho mai domandato di averlo in cella, perché ho saputo che ad altri è stato rifiutato; d’altronde non mi serve molto. L’ho tenuto perché sono persuaso che col tempo lo permetteranno in tutte le case di pena, giacché in parecchie è già entrato e viene provveduto dalla stessa amministrazione.
Cara, ti abbraccio affettuosamente.

Antonio

Mandami anche, se puoi, i semi di qualche bel fiore.

Memorie di Salandra. Ringrazia l’avvocato per il disturbo che gli ho

Carissimo Carlo,
ho ricevuto, nello scorso mese, scarsissime notizie da voi tutti: – una lettera della mamma dell’8 novembre e una tua dell’11, poi piú nulla (ho ricevuto naturalmente, le calze, le sigarette e piú tardi la nasalina e la rinoleina). Perché mi lasciate tanto tempo senza informazioni, specialmente in un periodo di malattia della mamma? Capisco che non si scrivano delle lunghe lettere: può mancare la voglia o il materiale che si ritiene interessante; ma basterebbe scrivere piú spesso qualche
cartolina con poche righe di notizie essenziali!
Ti prego di scrivere a Tatiana per riferirle queste cosette che mi domanda pressantemente: – ho depositato al libretto 930 lire, che però alla fine del mese si ridurranno a circa 700 lire, perché oltre alle spese ordinarie dovrò pagare una cassa che mi sono fatto costruire e che non so quanto
costerà, ma immagino piú di 50 lire. Il mese scorso ho speso esattamente 120 lire. Quando giunsi a Turi avevo 650 lire. A Roma non fu depositato niente per me. Ecco il consuntivo essenziale. Per ciò che riguarda il preventivo: penso che sia bene avere a libretto un fondo stabile di almeno 700 lire, per ogni evenienza straordinaria, come sarebbe, per esempio una malattia, per la quale dovessi andare all’ospedale, un viaggio in traduzione, ecc. Poste cosí le cose, Tatiana può essere tranquilla e
non preoccuparsi delle mie finanze. Ti dico che mi dispiacerebbe se mi mandasse dei soldi, perché so come si sacrifica e finisce di rimetterci la salute. Perciò cerca di convincerla anche tu e di assicurarla. Dille che se mi occorresse qualche cosa, io certamente mi rivolgerò a lei, ma che per
ora non ho proprio bisogno di nulla.
Cosí non deve preoccuparsi di fare pratiche per far aumentare la somma che è concesso spendere giornalmente. Non ne vale la pena, perché non c’è nulla da comprare. Turi è un piccolo centro agricolo e non brilla certo per un mercato ricco; inoltre la stragrande maggioranza dei reclusi
credo che non possa spendere nulla, per mancanza di mezzi, per cui il campionario delle cose in vendita è limitatissimo. Questo in linea di fatto. In linea di principio poi: non bisogna mai domandare piú di una cosa, se non si vuole passare per scocciatori professionali, e non essere presi
sul serio per nulla. Ora è in corso la pratica per lo scrivere. Questa pratica basta.
Tatiana mi ha disilluso; credevo fosse piú sobria nell’immaginazione e piú pratica. Vedo invece che si fa dei romanzi, come quello che sia possibile che la reclusione venga trasformata, per ragioni di salute, in confino: possibile in via ordinaria, già si intende, cioè in virtù delle leggi e
regolamenti scritti. Ciò sarebbe possibile solo per via di una misura personale di grazia, che sarebbe concessa, già s’intende, solo dietro domanda motivata per cambiamento di opinioni e riconoscimento ecc. ecc. Tatiana non pensa a tutto ciò: è di una ingenuità candida che mi spaventa qualche volta, perché io non ho nessuna intenzione né di inginocchiarmi dinanzi a chicchessia, né di mutare di una linea la mia condotta. Io sono abbastanza stoico per prospettarmi con la massima
tranquillità tutte le conseguenze delle premesse suddette. Lo sapevo da un pezzo cosa poteva succedermi. La realtà mi ha confermato nella mia risoluzione, nonché scuotermi per nulla. Dato tutto ciò, occorre che Tatiana sappia che di simili romanzi non bisogna neanche parlare, perché il solo parlarne può far pensare che si tratti di approcci che io posso aver suggerito. Questa sola idea mi irrita. Fa il piacere di scrivere tu queste cose a Tatiana, perché se le scrivo io, temo di trascendere e di offendere la sua sensibilità. – Scrivile inoltre che a Milano io ho lasciato le
pantofole invernali e le sopracalze: davvero mi servirebbero, perché incomincia a far freddo.
Vorrei poi che tu mi mandassi il «siero Casali» come mi hai scritto una volta. Mi sento piú debole con l’avvicinarsi del freddo. Inoltre dovresti mandarmi dell’«Ovomaltina» in modo che la cura ricostituente sia piú completa. Regolati per la quantità, in modo da organizzare una cura
completa. – Dovresti poi mandarmi delle solette di feltro da mettere nelle scarpe, per evitare di rovinare le calze e anche per avere piú caldo. Mandandomi le sigarette, puoi mandarmi tutto.
Carissimo Carlo, scrivimi piú spesso; perché non mi scrivi sull’attività delle latterie sociali, in cui sei occupato? Mi interesserebbe molto.
Abbraccia la mamma molto affettuosamente. Baci a tutti. Cordialmente.
Antonio
(Per tua norma, in caso di smarrimento, in novembre non ho ricevuto denari da te).

Ti ringrazio della tua lettera sulle Latterie Sociali Cooperative. Mi piace che io possa rimanere della mia opinione sulle cause che hanno portato alle disgrazie di Pili. Naturalmente io non sapevo prima e non so adesso i particolari sullo svolgimento completo degli avvenimenti e sulla forma specifica che essi hanno assunto. Il fatto è che io non potevo seguire in nessun modo questi avvenimenti, all’ingrosso li ho indovinati, perché mi basavo su ciò che rappresentava Pili e sulle ripercussioni che la sua attività avrebbe avuto, e sulla colossale forza che gli si opponeva e che certamente non poteva rimanere inerte a contemplare la sua progressiva rovina. Mi pare che la sconfitta del Pili sia la sconfitta decisiva del P. S. d’A., che Pili cercava di acclimatare nelle nuove forme politiche attualmente dominanti: cosa di cui non ho mai dubitato.

 

Carissima Giulia,
sono stato molto cattivo con te. Le giustificazioni, in verità, non sono molto fondate. Dopo la partenza da Milano, mi sono stancato enormemente. Tutte le mie condizioni di vita si sono aggravate. Ho sentito di piú il carcere. Ora sto un po’ meglio. Lo stesso fatto che è avvenuta una
certa stabilizzazione, che la vita si svolge secondo certe regole, ha normalizzato in un certo senso anche il corso dei miei pensieri. – Sono stato molto felice nel ricevere la tua fotografia e quella dei bambini. Quando si forma troppa distanza di tempo tra le impressioni visive, l’intervallo si riempie di brutti pensieri; specialmente per Giuliano, non sapevo che pensare, non avevo nessuna immagine che mi sorreggesse la memoria. Ora sono proprio contento. In generale, da qualche mese, mi sento piú isolato e tagliato via da tutta la vita del mondo. Leggo molto, libri e riviste; molto, relativamente alla vita intellettuale che si può condurre in una reclusione. Ma ho perduto molto del gusto della lettura. I libri e le riviste dànno solo idee generali, abbozzi di correnti generali della vita del mondo (piú o meno ben riusciti), ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può
neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato. Molti anni fa, nel 19 e 20, conoscevo un giovane operaio, molto ingenuo e molto simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal lavoro, veniva nel mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che io compilavo. Egli mi diceva spesso: «Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: – cosa farà il Giappone? –» Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali italiani del Giappone si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10 000 persone. Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva
perciò ad avere un quadro sistematico delle forze del mondo, e perciò gli pareva di non comprendere nulla di nulla. Io allora ridevo di un tale stato d’animo e burlavo il mio amico. Oggi lo capisco. Anch’io ho il mio Giappone: è la vita di Pietro, di Paolo e anche di Giulia, di Delio, di
Giuliano. Mi manca proprio la sensazione molecolare: come potrei, anche sommariamente, percepire la vita del tutto complesso? Anche la mia vita propria si sente come intirizzita e paralizzata: come potrebbe essere diversamente, se mi manca la sensazione della tua vita e di quella
dei bambini? Ancora: ho sempre la paura di essere soverchiato dalla routine carceraria. È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento
parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione su me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati. Certo io resisterò. Ma, per esempio, mi accorgo che non so piú ridere di me stesso, come una volta, e questo è grave. Cara Giulia, ti interessano tutte queste chiacchiere? E ti dànno un’idea della mia vita? Però, mi interesso
anche di ciò che avviene nel mondo, sai. In quest’ultimo tempo ho letto una certa quantità di libri sull’attività cattolica. Ecco un nuovo «Giappone»: – attraverso quali fasi passerà il radicalismo
francese per scindersi e dare vita a un partito cattolico francese? Questo problema «non mi lascia dormire» come avveniva per quel mio giovane amico. E anche altri naturalmente. Ti è piaciuto il tagliacarte? Sai che mi è costato quasi un mese di lavoro e mezzi i polpastrelli consumati? – Cara,
scrivimi un po’ diffusamente di te e dei bimbi. Dovresti mandarmi le vostre fotografie almeno ogni sei mesi, in modo che io possa seguire il loro sviluppo e vedere il tuo sorriso piú spesso. Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio
– Postilla per Tania – Ma come sei cattiva, Tania. Da quanto tempo non ricevo tue notizie?
Non importa che tu scriva delle lunghe lettere, basta anche una cartolina illustrata. Sai che anch’io sento sempre più la forza d’inerzia che mi spinge a non scrivere? E devo lottare per vincerla. Ma vincerò sempre? Qui c’è della gente che non scrive da mesi e da anni. Anch’io farò la stessa fine,
certamente, se non trovo corrispondenti attivi. Cara Tania, ti abbraccio, sperando che non ti senta male.
Antonio

Carissima Tania, mi hai messo in punizione per quella mia lettera alquanto scellerata? In un mese mi hai scritto solo due volte: il 5 e il 6 ottobre. Sono stato molto contento, veramente felice, per le fotografie dei bambini e di Giulia e anche per la tua. Ma perché e come mai sei diventata cosí
cattiva? Come hai potuto scrivermi e pensare che ricevere una tua fotografia possa non farmi piacere e che io possa rimandartela indietro? Il mondo è davvero grande e terribile e, specialmente per chi è in carcere, sempre piú incomprensibile. Mi scrivi una volta al mese e ancora mi scrivi in modo cosí cattivo! È vero che da due anni ti ho dato un’infinità di noie e di fastidi e poi ho anche osato rimproverarti, ma tu mi pari, nonostante tutto, almeno un po’ ingenua se non capisci che la mia situazione
mi impone anche di queste necessità. Ciò che mi dispiace piú di tutto è che in questi due anni io ho perduta quasi tutta la mia sensibilità e che la persuasione di non essere capito, nei limiti in cui sono obbligato a scrivere, mi caccia sempre piú in basso in uno stato di indifferenza passiva e beata, da cui non riesco a svincolarmi. Cosí, per esempio, nonostante che questo fosse sempre il mio pensiero assillante e quasi ossessionante, non avevo piú scritto per domandare le fotografie dei bambini. Il non riceverle mi faceva soffrire crudelmente, ma non riuscivo piú a scrivere in proposito e mi abbandonavo alla deriva dei miei sentimenti, senza tentare neppure di uscirne con un colpo brusco. Vorrei spiegare a Giulia e a te lo stato d’animo generale in cui mi trovo dopo due anni di carcere, ma forse è ancora presto. Mi pare di potere, per ora, fissare solo questo punto: che mi sento un po’ come un sopravvissuto, in tutti i significati. Per capire meglio, bisognerebbe che ricorressi a un paragone un po’ complesso: dicono che il mare sia sempre immobile oltre i trenta metri di profondità,
ebbene io sono affondato almeno fino a venti metri, cioè sono immerso in quello strato che si muove solo quando si scatenano bufere di una certa entità, molto al di sopra del normale. Ma sento di affondare sempre piú, e lucidamente vedo il momento in cui giungerò, per linee impercettibili,
al livello dell’immobilità assoluta, dove non si faranno sentire neanche le burrasche piú formidabili, da dove non sarà neanche piú possibile vedere i movimenti degli strati superiori sia pure come una mera mareggiata di ricami di spume. E quel che è peggio, mi pare di essere già caduto in uno stato di trance, che deve essere proprio dei vecchi carcerati, i quali non ragionano piú per nessi reali, ma per intuizioni di carattere magico o spiritico. Quando sono giunte le fotografie, sono sceso per firmare
il registro delle raccomandate assolutamente sicuro che si trattava delle fotografie. Nessun elemento anteriore poteva avermi suggerito questo pensiero, anzi, l’avermi tu scritto che mi avresti mandato dei soldi, poteva semplicemente suggerirmi che si trattava del loro arrivo. Ancora. Prima
che mi arrivassero le cose che mi hai mandato da Roma (la valigia e il pacco dei libri), ho pensato nitidamente che mi avresti mandato una determinata cassettina di legno. Essa non aveva niente di caratteristico, non me ne ricordavo neanche piú, o almeno niente poteva indurmi a pensarci. E la cassettina c’era davvero. Questo episodio mi ha colpito e mi colpisce anche oggi piú che non quello delle fotografie.
Basta. Forse in un’altra lettera, cercherò di spiegarmi meglio. Del resto, non credere (e neanche Giulia creda) che io sia del tutto incitrullito. Forse il dormire poco mi ha un po’ stordito e mi porta a questi stati d’animo.
Dunque ho ricevuto le cose che mi hai mandato da Roma e ti ringrazio. Ora ricevo anche direttamente dalla Libreria le riviste in abbonamento. Non so perché non ricevo la «Critica fascista» alla quale ero stato abbonato a Milano e che ricevetti fino a tutto febbraio: la Libreria mi scrisse a Roma nel giugno che avrebbe provveduto, ma non ho visto nessuna conseguenza di questo provvedere.
Se non ti dispiace scrivi a Carlo, dicendogli che ho ricevuto la sua lettera e che può farmi fare in casa delle calze molto robuste, perché le scarpe carcerarie mi hanno rovinato il corredo.
Per il resto non ho bisogno. Cara Tania, non essere cattiva, scrivimi piú spesso e scrivi a Giulia per esprimerle tutta la mia gioia per aver visto la sua fotografia e quella dei bambini.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 15 e del 17 settembre. Sono rimasto un po’ in ansia, perché dal 3 settembre non ricevevo tue notizie e non sapevo darmene ragione: tu mi avevi accennato prima alle tue non buone condizioni di salute e temevo non potessi neanche scrivermi.
Vedo che la mia ultima lettera, un poco… tragica, non ti ha molto impressionato. Tuttavia devi tenerne conto strettamente. A quanto pare, non sei disposta a far ciò; perché tanta ostinazione?
Per esempio, mi annunzi che mi manderai dei soldi. È inutile che li mandi. Ciò che mi manda Carlo mi è piú che sufficiente. Qui si può spendere pochissimo: d’altronde non saprei neppure cosa comprare, perché le cose in vendita sono in quantità limitata. Non ti ho mai descritto la mia esistenza,
che non è molto brillante e non può dar luogo a quadri di colore. Per ciò che riguarda la parte materiale, mi sono già adattato. Il vitto consiste in ciò: 300 grammi di pane, 700 grammi di latte, circa 200 grammi di pasta al burro e 2 uova crude. Questo sarebbe un vitto d’infermeria, che mi viene dato
perché non posso mangiare carne, né la ministra col pomodoro. Io compro ogni giorno in più 50 grammi di zucchero e 50 grammi di burro e da qualche tempo 1 chilo di uva. Pare che 1 chilo d’uva si possa comprare ogni giorno per tutta la stagione: io mangio l’uva e mangio pochissimo pane, un
120 grammi al giorno, parte col latte e parte col burro la sera. Digerisco male anche questo cibo, che pure è tanto leggero. Tutta la questione è nel dormire. Dormo troppo poco e sento sempre una spossatezza generale. Il Sedobrol mi ha fatto bene, ma è finito presto. Tutto il male dipende dagli
acidi urici, a quanto ha diagnosticato il medico di Roma che mi ha visitato prima della partenza. Tu credi che si possa fare una cura generale contro l’uricemia? Io penso di riprendere, ai primi freddi, le iniezioni di Bioplastina, che nel passato mi hanno fatto abbastanza bene.
Tu non mi hai scritto nulla sulla pratica fatta al Ministero perché mi sia concesso di poter scrivere in cella. Neanche Carlo mi ha scritto nulla. Cosa avete fatto in concreto? Io pensavo che fatta di fuori, dalla famiglia, la pratica sarebbe stata piú spedita. Adesso, non sapendo nulla da parte
vostra, esito a iniziare io la pratica, per evitare sovrapposizioni, che urtano la mentalità burocratica.
Cosí non mi hai scritto nulla a proposito delle pubblicazioni periodiche che dovrei ricevere dalla Libreria Sperling. Sono partito da Roma da due mesi e mezzo: il cambiamento d’indirizzo avrebbe dovuto essere fatto subito. Perché non è stato fatto? Dove vengono inviate le riviste dopo la
tua partenza da Roma? E perché non arrivano a Turi? Ti prego di mettere in chiaro questa faccenda che mi sta a cuore piú di tutto, e di disporre perché io riceva regolarmente le pubblicazioni alle quali sono abbonato. Una grande confusione è intanto avvenuta: numeri saltati ecc. ecc. Pensare che a
Milano il servizio funzionava benissimo ed io potevo avere le riviste subito appena uscite, nonostante il doppio controllo del Tribunale Speciale e del Carcere. Ti prego proprio di occuparti e di definire questa questione prima di ogni altra. Per me è essenziale. Fammi sapere notizie della tua salute.
Non preoccuparti troppo della mia, che continuerà ad essere su per giú come per il passato.
L’importante è che non abbia piú a viaggiare e ad avere quindi ragioni extra per stancarmi. Scrivimi spesso, o almeno con regolarità. Ogni novità m’induce a pensare a eventi straordinari, a malattie ecc. E io non posso scriverti che una volta al mese. Non ho ricevuto i pacchi da Roma, ancora. Secondo me, hai fatto male a non spedirli tu stessa. Speriamo bene. Anche da Carlo non ho ricevuto lettere da un pezzo. Basta. Attendo tue lettere.
Ti abbraccio.
Antonio

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 31 agosto e del 10 e 3 settembre dopo che ti avevo già scritto (– ti ho scritto il 27 agosto e ho spedito con raccomandazione; il 3 sett. tu non avevi ancora ricevuto questa mia lettera; tienimi informato perché io possa reclamare in caso di smarrimento –). Ho
domandato di scriverti questa lettera straordinaria per vedere di fermare l’alluvione di iniziative che d’improvviso tu hai scatenato. Ma che cosa ti è saltato in testa? Appena giunto a Turi ti ho scritto di «non inviarmi nulla che io prima non ti avessi richiesto». Il Direttore del carcere, in una udienza,
mi ha detto di aver sottolineato questa frase, per metterla piú in rilievo. Tu mi hai risposto che andava bene, che ti saresti attenuta a questa norma; perché poi hai mutato parere? Lo stesso si dica per l’affare di Soriano. Prima mi accenni alla cosa, assicurandomi che non avresti fatto nulla senza
il mio consenso preventivo; poi mi scrivi d’averne parlato al Ministero. Perché fai cosí? Oggi la collera mi è passata, perché ho ricevuto i 4 pacchi e ho dovuto, se non altro, ridere della tua amorevole ingenuità, ma ti assicuro che nei giorni scorsi sono stato proprio male. L’impossibilità di scriverti subito e di evitare a tempo qualche iniziativa catastrofica (come sarebbe di farmi viaggiare nelle condizioni in cui mi trovo) mi empiva di un vero furore, ti assicuro. Mi sembrava di essere doppiamente carcerato, poiché anche tu ti mettevi a non riconoscermi nessuna volontà, a ordinare la
mia vita come ti saltava in testa, senza voler ascoltare il mio parere, che pure sono in carcere, so cos’è, ne ho i segni dolorosi sulla pelle. Come puoi illuderti ancora di traduzioni straordinarie, nonostante tutte le promesse, quando hai visto ciò che mi è successo finora? Eppoi io non voglio
cambiare, in nessun modo, anche se mi traducessero in sleeping, perché sono contrario per principio a ogni cambiamento che non sia necessario e fatto a ragion veduta, molto veduta. Già a Milano abbiamo avuto, a questo proposito, uno scambio di opinioni un po’ vivace: tu mi avevi
promesso di non ricominciare. Ahimè! Cosí si dica per gli oggetti che mi mandi e che scrivi di volermi ancora mandare. Ho riso oggi, ma sai che c’è da diventar tristi a vedere ciò che tu credi io possa avere. Vuol dire che non immagini cosa sia il carcere, cioè che non riesci a formarti un
concetto esatto di quale sia la mia reale situazione. Tu credi che io sia in un pensionato o qualcosa di simile. Ora, io non posso avere nulla di mio, solo della biancheria e dei libri. Basta; hai capito?
Niente vestito, niente soprabito, ecc. ecc. Niente di metallo: neanche una scatoletta per la vasellina. Non devi proprio mandarmi nulla che io non ti abbia prima domandato e non devi prendere nessuna
iniziativa che prima non abbia avuto la mia esplicita approvazione. Senza eccezioni di sorta. Altrimenti tu mi aggraverai il carcere invece di alleviarmelo. Fa invece ciò che io ti domando. 1° Ancora non ricevo regolarmente le riviste dalla Libreria. 2° Invece di mandarmi una grammatica tedesca per gli italiani, mi hai mandato una grammatica italiana per i tedeschi (proprio cosí). 3° I miei libri ad Ustica sono stati raccolti da Virginio Borioni (confinato politico). 4° Non so se hai scritto all’avv. Ariis per i libri che ho lasciato a Milano. – Basta. Non arrabbiarti troppo neppure tu per ciò che ti ho scritto: so bene che tutto ciò che hai fatto lo hai fatto per ciò che credevi il mio bene. D’altronde non dubitare: se ho bisogno di qualcosa, ti scriverò. Per esempio: puoi mandarmi qualche pacchetto di sigarette Giubek o Macedonia-Esportazione. Mandami una dozzina delle
cosidette «fave americane» che servono a profumare il tabacco (si vendono nelle farmacie). Mandami pure qualche traduzione dal russo (ediz. Slavia) e la Letteratura del Lo Gatto. Ti abbraccio teneramente, ma non farmi piú arrabbiare. Credi che ho una volontà razionale e che ciò che faccio lo faccio dopo averci pensato molto, molto.
Antonio

* Leggi settembre.